Una delle nostre prime battaglie nel 2015 è stata la lotta contro il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership). Allora sembrava una battaglia disperata di retroguardia,anche se molte organizzazioni del mondo agricolo e dei produttori erano schierate sullo stesso fronte. Oggi il primo provvedimento del nuovo presidente Usa Donald Trump è stato quello di stracciare l’equivalente accordo per il pacifico Tpp (Trans-Pacific
Partnership) e di conseguenza archiviare tutte le trattative anche per il Ttip.

Mantenendo le sue promesse elettorali il presidente Trump ha anche minacciato di mettere dazi sulle importazioni di autovetture prodotte in Messico e in altre nazioni. In questo modo, per iniziativa della prima potenza mondiale, sta venendo giù tutto il sistema libero-scambista costruito attraverso il Wto e gli altri accordi commerciali di area che abolivano ogni forma di dazio.
Tutto questo non è negativo, perché la globalizzazione ha comportato un allineamento
verso il basso e non verso l’alto dei salari, in particolare in Italia. E il processo di riduzione
del potere di acquisto delle famiglie di impiegati e di operai è ancora in atto, e non è
destinato a finire. Non si è verificato, di conseguenza, un miglioramento delle condizioni di
vita, ma per la teoria dei “vasi comunicanti”, siamo tutti (in particolare il ceto medio, la
middle class) diventati più poveri.
In Italia, nazione che fonda la sua ricchezza sulla manifattura delle piccole imprese, ciò si
è tradotto in un vero tracollo economico. Rispetto al 2008, dopo la crisi finanziaria, il
degrado ha subito un’accelerazione, e si stima che sia stato perso il 25% di produzione
industriale. Alcune grandi imprese hanno tratto vantaggio dalla possibilità di vendere i loro
prodotti ai nuovi ricchi cinesi e russi, ma in generale non si hanno precedenti storici di un
crollo così rapido e diffuso dell’economia italiana.
Mettere indietro la macchina del tempo è impossibile, ma è necessario rivedere la politica
commerciale italiana ed europea attraverso un “protezionismo intelligente”: non si può
rimanere inermi fino a quando i salari degli operai e degli impiegati raggiungeranno i livelli
cinesi e poi indiani e poi vietnamiti ecc. Rivitalizzare l’industria nazionale non può che
essere la via maestra.
Le imprese italiane, soffocate da burocrazia, imposte e tasse altissime, regole complesse
su ambiente e sicurezza del lavoro, non possono reggere a lungo la competizione.
Occorre innanzitutto mettere sullo stesso piano competitivo le imprese italiane e quelle
extra-comunitarie. Non è concepibile che si possano importare prodotti e servizi di imprese
che non rispettano diritti umani, standard di produzione ambientali, sicurezza, condizioni e
orari di lavoro, diritti umani.
Occorrerà individuare forme di controllo attraverso le quali verificare che le imprese
italiane e quelle extra-comunitarie operino con le stesse regole. Altrimenti il rischio è che
nel combattere questa dura lotta c’è chi si difende a mani nude (le imprese italiane) e chi
può invece brandire armi pesanti (le imprese extra-comunitarie).
I funzionari europei, invece di dedicarsi esclusivamente a creare vincoli per le imprese dei
paesi membri, controllino come vengono realizzati i prodotti che importiamo. E se non
sono conformi ai requisiti che le nostre imprese devono rispettare, impongano gli opportuni
correttivi: i dazi.
La politica dei dazi dell’UE del regolamento (CE) 1549/2006 si è rivelata fallimentare. I
dazi sono irrisori e non consentono di compensare le differenze degli standard produttivi
ambientali e sociali. D’altra parte, l’esperienza già maturata in Europa sulla tranciabilità dei
prodotti consentirebbe di mettere a punto un sistema di riconoscimento delle modalità di
realizzazione dei prodotti importati. Il problema non è dunque tecnico, ma di volontà
politica.
Occorre senza indugio attivare un processo che consenta in un tempo ragionevole di
uguagliare i costi che sono sostenuti in Italia (rispettando tutti i vincoli che l’Europa
impone) con i prezzi dei medesimi prodotti che vengono importati. La differenza non può
che essere un dazio da scontare alla dogana.
Tutti i dazi riscossi devono essere destinati agli stessi settori produttivi per sostenere la
competitività delle imprese, in particolare con agevolazioni fiscali e contributive.
Con ciò non si vuole costruire un “muro” per impedire la circolazione delle merci, ma
combattere, anche attraverso la ripristinata flessibilità del cambio, ogni situazione di
surplus commerciale rigido ed eccessivo, per garantire la giustizia sociale prima che
anche l’ultima impresa manifatturiera italiana chiuda. Perché l’Italia ha bisogno di
manifattura per non rassegnarsi ad un futuro senza occupazione.

Stesso discorso va fatto per scongiurare l’eccessivo shopping di marchi e industrie italiane
acquistati da capitali stranieri. Non è possibile che lo Stato Italiano non possa dare aiuti
alle imprese mentre lo Stato cinese possa, attraverso le sue partecipate, comprare le
imprese italiane.Ormai sono pochissimi i marchi italiani che sono rimasti di proprietà
nazionale, mentre le più volte preannunciate privatizzazioni di quello che rimane delle
nostre partecipazioni pubbliche (a cominciare da Finmeccanica e Fincantieri) ci fanno
temere una nuova e definitiva ondata di acquisizioni straniere delle nostre industrie
strategiche, dopo quella provocata dalle svendite di Massimo D’Alema ai “capitani
coraggiosi”.

Così come fanno i francesi e le banche tedesche, per non parlare dei fondi sovrani cinesi, lo stato Italiano deve intervenire per difendere la proprietà nazionale, pubblica o privata, del nostro sistema produttivo.

Gli strumenti finanziari ci sono, basti pensare ai numerosi fondi istituzionali creati anche attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, bisogna solo riacquisire una precisa volontà politica e liberarsi dei divieti europei sugli “aiuti di Stato”.

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