Il risultato del referendum sulla Riforma costituzionale di Matteo Renzi è il primo grande segnale della rivolta delle popolazioni meridionali contro un sistema politico ed economico insostenibile. Il 70% dei cittadini meridionali ha votato No per rifiutare una riforma 33 costituzionale indecente, ma soprattutto per far sentire la propria voce contro una politica assente che ha completamente abbandonato le regioni del Sud. In questi anni il divario tra Nord e Sud Italia – per sviluppo, reddito e occupazione – è aumentato progressivamente, dimostrando il fallimento non solo del vecchio meridionalismo assistenzialista, ma anche dei fondi strutturali europei utilizzati come motore di sviluppo. Noi vogliamo rappresentare la rivolta contro l’abbandono della politica e soprattutto la denuncia dell’insostenibilità del sistema europeo che ha fatto perdere sovranità all’Italia dal punto di vista nazionale, economico e monetario.

Il fallimento delle politiche di Bruxelles e dell’Euro si fanno sentire in tutta Italia, ma soprattutto nei suoi territori più in crisi, a cominciare dal Mezzogiorno. Il “Progetto sovranista per il sud” vuole legare insieme i valori della sovranità con quelli dell’autonomia, perché senza difendere l’Italia dalla globalizzazione e dai vincoli di Bruxelles, non si riesce a garantire nessuna vera autonomia amministrativa ed economica alle diverse regioni. L’autonomia è indispensabile per evitare di imporre al Sud lo stesso modello di sviluppo del Settentrione, tentativo già fallito durante la Prima Repubblica con enorme dispendio di risorse, finite nelle tasche di un ceto politico corrotto e di grandi speculatori industriali.

LIBERIAMO IL SUD DALLO “SCAMBIO A PERDERE” CON BRUXELLES.

L’Italia da decenni è contributore netto dell’Unione Europea, cioè versa a Bruxelles molto più di quanto riceve. I fondi strutturali europei assegnati all’Italia, a causa dei vincoli della programmazione di Bruxelles, vengono spesso restituiti o deviati su progetti inutili rispetto alle reali emergenze del Sud, perché per l’utilizzo di questi fondi sono richiesti condizionalità e cofinanziamenti che, proprio alla luce dei tagli imposti dai vincoli di bilancio, li rendono spesso inutilizzabili.

A questo si aggiungono gli effetti distorsivi della moneta unica che crea gravi problemi alla bilancia dei pagamenti e, con i suoi vincoli finanziari, impedisce grandi investimenti pubblici sul territorio, a cominciare dal Patto di stabilità che blocca i bilanci dei Comuni. Per questo è necessario liberarsi dai vincoli del Fiscal compact e ridurre drasticamente i contributi dell’Italia all’Unione europea, trattenendo le risorse destinate ai fondi strutturali, in modo da destinarle direttamente a politiche di sviluppo del Sud non condizionate da vincoli, bandi e direttive decisi a Bruxelles.

La liberazione dai vincoli europei e il recupero delle risorse fino ad ora sprecate nei fondi strutturali, deve permetterci anche di realizzare per le regioni del Sud quella fiscalità differenziata, compensativa più che di vantaggio, che è sempre stata dogmaticamente rifiutata dalla Commissione europea. Allo stato nel Mezzogiorno non solo non vige la fiscalità di vantaggio ma persiste una vera e propria fiscalità di svantaggio. Basta riferirsi alle aliquote Irap maggiorate per coprire la spesa sanitaria, rispetto alla quale, peraltro, va ribadita l’iniquità dei criteri nazionali fortemente penalizzanti per il regioni meridionali.

UNA MACRO-REGIONE DEL SUD PER UN FEDERALISMO EQUILIBRATO E SOLIDALE

Nel 2001, la riforma del Titolo V ha modificato l’articolo 119 e cancellato il riscatto del Mezzogiorno dalla Costituzione repubblicana. Una responsabilità storica del centrosinistra, una scelta scellerata, ancor oggi sottovalutata, se non addirittura ignorata. Non ci troviamo di fronte solo ad un mutamento di forte valenza simbolica, ma ad una trasformazione sostanziale: il superamento del divario Nord-Sud e, dunque, lo sviluppo del Mezzogiorno non rappresentano più una missione nazionale, un obiettivo fondante della Repubblica. Inoltre le Regioni meridionali sono troppo piccole e troppo deboli per sviluppare da sole vere politiche di riequilibro fra Nord e Sud.

Per questo bisogna far nascere una macroregione che unifichi gli enti regionali dell’Italia meridionale non insulare. Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria, devono cominciare a coordinarsi fra di loro per porre le basi di un unico ente regionale, sia per ridurre i costi della politica, sia per entrare a testa alta in un assetto veramente federale dell’Italia. La macro-regione del Sud, insieme alla Regione Sicilia e alla Regione Sardegna, possono far sentire la loro voce con la stessa autorevolezza delle grandi regioni del Nord. In parallelo, dopo la cancellazione della riforma Renzi che prevedeva l’abolizione delle Provincie, bisogna ridare ai cittadini il diritto di votare per eleggere i propri rappresentanti in questi enti territoriali, necessari per il governo del territorio e la difesa delle aree interne. La funzione principale della macro-regione del Sud deve essere quella di elaborare e attuare un modello di sviluppo autonomo per il Mezzogiorno, in modo da non essere subalterna da nessun punto di vista all’imposizione dello Stato centrale e ai modelli che vengono strumentalmente importati dal settentrione.

IL FEDERALISMO FISCALE PER GARANTIRE IL GIUSTO SOSTEGNO ALLE POPOLAZIONI MERIDIONALI.

Per tanti anni è stata dominante la retorica del Nord che sosteneva finanziariamente il Sud, come se si trattasse di uno scambio tra territori produttivi e territori parassitari. In realtà i trasferimenti che arrivavano al Sud derivavano in larga parte dal maggiore tasso di povertà e dal minor reddito dei cittadini meridionali. Non c’è stato uno scambio fra Nord e Sud, ma il giusto sostegno dei cittadini ricchi verso i cittadini poveri. Il problema è che buona parte di queste risorse invece di arrivare ai meridionali sono state intercettate da un ceto politico corrotto e da una classe imprenditoriale parassitaria, spesso proveniente da altre aree del Paese. Per questo è necessario riprendere il percorso del federalismo fiscale, che partendo dal costo reale di ogni servizio sociale costituzionalmente garantito, determini esattamente l’entità dei trasferimenti necessari alle aree povere del paese (al Sud come nelle aree deboli del Nord) ed eviti che possano esserci sacche parassitarie di spreco e di clientelismo. Per l’assistenza sanitaria, come per la solidarietà sociale, per le scuole come 35 per i trasporti, ogni persona e ogni famiglia, al Sud come al Nord, devono sapere cosa gli spetta in un chiaro rapporto tra costi e qualità dei servizi erogati.

UNA SFIDA NEL SUD CONTRO DISOCCUPAZIONE E POVERTÀ

Politiche per il lavoro e contrasto alla povertà sono i capisaldi del Polo sovranista che mette al centro dell’attenzione le grandi emergenze sociali dell’Italia e punta sullo sviluppo del Sud come volano di sviluppo per l’intero Paese. La disoccupazione nel Sud raggiunge percentuali del 20% che si raddoppiano nel caso della disoccupazione giovanile, il vero dramma di questi territori. C’è poi un’ampia fascia di popolazione che sfugge completamente a questo quadro a tinte fosche rappresentato da quell’ampia fetta di popolazione che un lavoro nemmeno lo cerca più e dai cosiddetti “neet”, ovvero i giovani che non studiano, non lavorano e non cercano occupazione. Il grande dramma della disoccupazione giovanile – balzata al 39,2% in Italia e oltre il 50% nel Mezzogiorno – richiede risposte politiche efficaci e tempestive che non possono risolversi in proposte demagogiche.

Per dare una risposta vera e concreta al problema occupazionale giovanile occorre puntare sui settori strategici e identitari per lo sviluppo meridionale e sulla spesa del Fondo Sociale Europeo.

In particolare il programma “Garanzia Giovani”, ad oggi utilizzato dalle Regioni per produrre tirocini di sei mesi, nel settore privato e in quello pubblico, e senza prospettiva alcuna, prevede importanti risorse, per i giovani dai 18 ai 29 anni, per sostenere lo sviluppo e il perfezionamento delle attitudini imprenditoriali e l’avvio di attività di lavoro autonomo o di impresa. L’accompagnamento dalla fase di start-up alla realizzazione dell’idea imprenditoriale, anche grazie agli incentivi per la creazione di impresa, è reso disponibile a livello nazionale e/o regionale.

Tale imprenditoria va aiutata con il ripristino del Prestito d’Onore, anche attraverso la istituzione da parte delle Città Metropolitane di fondi tratti dall’alienazione dei beni demaniali e patrimoniali, per supplire alla mancanza di garanzie richieste dal sistema creditizio. Per rilanciare l’agricoltura, l’enogastronomia ed il turismo, attraverso l’auto-impresa, le Regioni e i Comuni devono dare in comodato d’uso terreni agricoli e immobili alla nuova imprenditoria giovanile.

La povertà è un’emergenza sociale senza precedenti soprattutto nel Sud, che va affrontata con misure drastiche e, insieme, di prospettiva. Tutti i sistemi di welfare dei paesi dell’Unione Europea, ad eccezione dell’Italia e della Grecia, prevedono misure di reddito minimo garantito per il contrasto della povertà e per favorire l’inclusione sociale.

Anche l’Italia deve puntare su questa misura di emergenza, collegandola, però, a prestazioni di lavoro a favore delle Comunità. Un reddito di socialità a favore dei disoccupati e che preveda un impegno lavorativo di alcune ore giornaliere in attività sociali 36 e nella tutela dell’ambiente. In questo modo il sostegno al reddito diventa una misura di dignità e di onore per i disoccupati e per l’intera società che beneficia del lavoro di chi smette di essere un peso e diventa una risorsa

UN MODELLO DI SVILUPPO IDENTITARIO PER IL MEZZOGIORNO

Un modello di sviluppo basato sull’identità del Mezzogiorno si deve basare sull’agroalimentare, il turismo, la logistica e un’industrializzazione non subalterna al Nord. La cultura e l’identità meridionali non debbono più essere violentati da una logica coloniale imposta dal resto dell’Italia e dall’Europa.

Per l’agroalimentare, l’ambiente e il turismo è necessaria una nuova programmazione del territorio che rilanci l’imprenditoria agricola, cancelli i residui del latifondo pubblico e privato, affidando i terreni a chi li valorizza realmente, difenda il paesaggio, combatta la speculazione edilizia e l’inquinamento ambientale. Contemporaneamente occorre delineare una strategia di sviluppo industriale che concentri al Sud almeno tre poli strategici: il polo aerospaziale, quello marittimo e ferroviario, quello della ricerca.

Ad oggi il Polo Aerospaziale si sostiene su alcune eccellenze in Campania e in Puglia e sussistono le potenzialità di rafforzare tali eccellenze coinvolgendo anche la Calabria e il Lazio. Il Sud è la porta del Mediterraneo e deve essere area centrale per l’interscambio tra l’Europa e i Paesi del Nord-Africa e del Medioriente. Intorno alla centralità del porto di Gioia Tauro si può dar vita ad una rete della portualità interconnessa attraverso gli interporti per il trasferimento delle merci su ferro per ridurre costi e inquinamento. Da qui l’esigenza di un polo ferroviario per garantire la produzione e la manutenzione delle infrastrutture ferroviarie e lo sviluppo della rete ferroviaria in tutto il meridione. Per restare nell’ambito del polo marittimo, va aggiunto il rilancio della cantieristica navale.

Già nel lontano 1783 a Castellammare di Stabia esisteva la più grande industria di cantieristica navale di tutto il Mediterraneo che occupava oltre duemila unità lavorative; abbiamo dovuto aspettare la Fincantieri per assistere alla penalizzazione delle aziende in Sicilia e al pesante ridimensionamento di Castellammare. Oggi, anche grazie al grande mercato delle compagnie di navigazione crocieristica, la cantieristica può e deve essere rilanciata.

La ricerca scientifica è un altro polo che ha già forti eccellenze nel Sud, che però non fanno sistema. Non è un caso che i maggiori ricercatori che lavorano nei paesi più avanzati provengano dal Sud Italia dove la formazione, anche quella post universitaria, è spesso di alto livello. Per questo bisogna investire sul sistema scolastico e universitario, creando dei poli di ricerca e di innovazione in grado di utilizzare “cervelli” non più costretti ad emigrare dalla propria terra.

UNA BANCA PER IL MEZZOGIORNO

La scomparsa quasi totale di istituti di credito radicati nelle regioni del centro-sud, tutti acquistati da grandi gruppi bancari del Nord-Italia o stranieri, ha provocato il paradosso 37 per il quale il risparmio raccolto nel Mezzogiorno viene trasferito e impiegato in altre aree dell’Unione europea. Attraverso fondi investimento e di garanzia dedicati esplicitamente al Sud, bisogna finanziare il credito per le piccole e medie imprese e per le famiglie delle nostre regioni. È necessario, inoltre, restituire al Mezzogiorno una grande banca di sviluppo del territorio, riparando almeno parzialmente al danno subito a causa della fine del Banco di Napoli e di quasi tutte le banche del centro-sud.

Il Banco di Napoli, infatti, si trovò negli anni 90 nella stessa condizione di MPS, ovvero in uno stato di crisi dovuto, secondo la Banca d’Italia, al peso dei crediti inesigibili. In quel caso si decise di cedere il Banco di Napoli ad una Joint Venture fra BNL ed Ina, per poi essere acquistata dal gruppo Intesa-San Paolo. Per le sofferenze del Banco di Napoli la cosiddetta “Legge Sindona” che consegnò i crediti in sofferenza ad una “badbank” denominata Sga (Società di Gestione delle Attività) che acquistò le sofferenze ad un valore pari al 70% degli stessi.

A distanza di anni la SGA ha recuperato quasi tutti i crediti che, ritenuti inesigibili, erano stati la causa della fine del Banco di Napoli. A partire dal 2003 la SGA ha iniziato a produrre utili e profitti, accumulando un tesoretto di quasi 700 milioni di Euro di utili e una liquidità pari a 500 milioni di Euro, costituita dai soldi che i debitori, quasi tutti meridionali, del Banco di Napoli hanno pagato alla società che ne ha acquisito i crediti. Noi riteniamo che questi soldi vengano utilizzati come primo impulso finanziario per creare una Banca del Mezzogiorno che consenta alle imprese e alle famiglie meridionali di poter accedere al credito nelle stesse condizioni cui accedono del resto d’Italia. Questa banca potrà rappresentare un autentico volano di sviluppo per il mezzogiorno, finanziando progetti strategici di sinergia con le risorse pubbliche.

DIFENDIAMO L’AGRICOLTURA MERIDIONALE RAFFORZANDO I DAZI E I CONTROLLI SULLE IMPORTAZIONI DEI PRODOTTI DAL NORD-AFRICA.

La follia libero-scambista che ha dominato nel mondo fino all’elezione di Donald Trump a presidente Usa, ha avuto una specifica applicazione con il progetto dell’Area di libero scambio euro-mediterranea prevista fin dal 1995 con il Trattato di Barcellona. L’obiettivo era quello di abbattere entro il 2010 tutti i dazi di importazione per i prodotti scambiati tra i paesi dell’Unione europea e quelli del Nord-Africa e Medio-Oriente. Il risultato sarebbe stato quello di sottoporre tutta l’agricoltura del Sud ad una concorrenza insostenibile con i prodotti di Paesi emergenti dove il lavoro non costa nulla e dove non c’è nessuna garanzia di sicurezza e qualità alimentare. Per fortuna il Trattato di Barcellona non è mai stato attuato fino in fondo per i conflitti esistenti in Medio Oriente e i rivolgimenti politici del mondo arabo, ma questo non ha impedito ai “generosi” negoziatori italiani ed europei di aprire sempre più le nostre frontiere a queste importazioni, anche attraverso triangolazioni con altri “leali” partner europei (molta parte dell’”olio extra-vergine italiano” è in realtà olio dei paesi del Maghreb importato e raffinato dagli spagnoli usando marchi e impianti italiani da loro acquistati).

È necessario quindi ripristinare rigidi controlli di sicurezza e qualità alimentare nelle dogane italiane, anche rispetto a prodotti che transitano attraverso le frontiere interne all’Unione europea, garantire l’etichettatura dell’origine dei prodotti agroalimentari, introdurre dazi per equilibrare i prezzi dei prodotti che fanno concorrenza sleale a quelli italiani. Anche nel Mediterraneo bisogna combattere con ogni mezzo contro l’Italian Sounding, ovvero l’utilizzo di denominazioni geografiche, immagini e marchi che evocano l’Italia per promuovere e commercializzare prodotti per nulla riconducibili al nostro Paese. Gli alimenti della “dieta mediterranea” prodotti dagli altri Paesi rivieraschi debbono essere valorizzati con i loro marchi, senza imitare il Made in Italy e senza fare contraffazione commerciale. Non si tratta soltanto di valorizzare il lavoro dei nostri produttori agroalimentari, ma di difendere i consumatori di tutto il mondo che voglio utilizzare prodotti alimentari italiani e non possono essere imbrogliati e traditi da commercianti senza scrupoli.

LA LEGALITÀ E LA SICUREZZA CONTRO LA VECCHIA E NUOVA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA

L’antica battaglia contro tutte le mafie, che ha visto il sacrificio di autentici eroi come Borsellino e Falcone, è ancora lontana dell’essere definitivamente vinta. Alle quattro classiche forme di criminalità organizzata (Cosa Nostra, Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona) si è da tempo aggiunta la “quinta mafia” che non è altro che la generica etichettatura di inediti fenomeni territoriali, anche con pericolose radici internazionali. Infatti gli incontrollati flussi migratori non aiutano, sia perché importano nuova mano d’opera per il caporalato e le diverse forme di racket, sia perché permettono l’invasione di nuove imprevedibili reti criminali (ad esempio la cosiddetta “mafia africana” o nigeriana) sui territori meridionali. Inoltre è sempre più evidente che la criminalità organizzata preferisce operare sempre di meno con la violenza e sempre di più con la corruzione della politica e della pubblica amministrazione. Nelle regioni meridionali quasi tutte le grandi reti clientelari e corruttive sono contigue ai fenomeni mafiosi sul territorio, al punto da rendere legittima una identificazione tra lotta alla mafia e lotta alla corruzione. Per combattere questa battaglia non servono le elucubrazioni dei nuovi “professionisti dell’anti-mafia” come Roberto Saviano, né le inchieste politicizzate di una parte della magistratura, ma il controllo del territorio, l’autorità e l’efficienza degli apparati dello Stato, la tutela dei nostri ragazzi in divisa, una seria e costante attività investigativa, la cultura della legalità diffusa nelle scuole e in tutti i contesti sociali, lo sviluppo di nuovi movimenti di partecipazione politica e sociale. Per questo sono necessari investimenti e risorse nel comparto sicurezza e nel settore della legalità (a cominciare dai fondi anti-usura), massacrati da anni di “tagli lineari” imposti dall’austerità europea. La recrudescenza dell’azione criminale, che vede scendere in campo giovani e giovanissimi arruolati nell’ “esercito” della criminalità organizzata, impone di guardare con 39 sempre maggiore attenzione politica questo fenomeno che è fortemente collegato alla schiacciante percentuale di disoccupazione giovanile in tutto il Sud. La ‘scelta’ per i giovani meridionali non può e non deve essere “disoccupazione, fuga all’estero o criminalità”. La criminalità e l’illegalità vanno combattute con la repressione da parte delle autorità competenti e, insieme, con la prevenzione fondata su opportunità di lavoro e di futuro per questi giovani. Ma anche nel campo della lotta alla mafia e alla corruzione torna il tema di fondo della sovranità nazionale e popolare. La corruzione e la criminalità organizzata da sempre dilagano in tutti i paesi e in tutti i territori che sono ridotti in una condizione di “colonia”, che non hanno la dignità e la tensione morale di sentirsi autonomi e sovrani.

AFFRONTARE LE EMERGENZE AMBIENTALI NEL MEZZOGIORNO

Dalla terra di fuochi in Campania all’Ilva di Taranto, passando per la gestione dei pozzi petroliferi in Basilicata, il nostro Mezzogiorno, a causa di imprenditori senza scrupoli collusi con la criminalità organizzata e con una certa politica clientelare, si è trasformato dalla “colonia interna” di cui parlava Antonio Gramsci a diventare una sorta di “discarica interna” utilizzata, nella stessa maniera in cui le multinazionali trattano molte aree dei paesi del terzo mondo. Nessun rilancio del Sud è possibile se non si mette ai primissimi posti dell’agenda politica la soluzione delle emergenze e dei problemi di impatto ambientale di questi territori. Insieme all’impegno per la bonifica dei territori, è necessario pensare ad una politica economica che sappia coniugare lo sviluppo e l’industria con il rispetto dell’ambiente. La difesa dell’ambiente non è soltanto una battaglia da compiere per una migliore qualità della vita ma anche un richiamo alla nostra identità e alla nostra storia .

I PRIMI DIRITTI DELLA CITTADINANZA: SICUREZZA E LEGALITÀ

La legalità e la sicurezza sono emergenze che hanno un impatto non solo sociale ma anche economico sulla crisi italiana. È in gioco non solo la vita e le relazioni sociali di tutti i cittadini, ma anche la loro possibilità di fare impresa, di lavorare senza condizionamenti e senza concorrenza sleale. La sicurezza e la legalità sono i primi diritti di cittadinanza, senza i quali ogni altra libertà di vita e di relazione diventa impossibile. In particolare sull’emergenza corruzione che si è manifestata nella “tangentopoli strisciante” di questi anni è necessario dare dei segnali drastici e innovativi. Oltre al consueto aumento delle pene che si invoca in queste circostanze, proponiamo due novità: introdurre le “azioni dissimulate” per combattere la corruzione diffusa, estendere le competenze della Direzione nazionale antimafia (Dna) alle grandi associazioni a delinquere finalizzate alla corruzione. Con il termine “azioni dissimulate” intendiamo interventi di funzionari di pubblica sicurezza sotto mentite spoglie per combattere la corruzione diffusa, verificando l’onestà e la correttezza dei comportamenti dei responsabili della Pubblica amministrazione, dai livelli più bassi fino a quelli più alti. Per quanto 40 riguarda invece le grandi associazioni a delinquere con finalità di corruzione, come quelle degli scandali dell’Expo e del Mose, emerge un intreccio di carattere nazionale che può essere combattuto, non solo dall’Autorità anti-corruzione di Raffaele Cantone, ma da un’unica Direzione nazionale investigativa come la Dna, anche in considerazione dei sempre più frequenti collegamenti tra criminalità organizzata e corruzione politica, economica e burocratica. In questi anni abbiamo assistito ad una lotta sempre più impari tra criminalità organizzata e forze dell’ordine. A fronte del dilagare su tutto il territorio nazionale delle diverse forme di mafia, il comparto sicurezza e la magistratura hanno avuto sempre meno risorse in termini di mezzi e personale. Non si può tagliare sul comparto sicurezza: ogni euro che si pensa di risparmiare viene moltiplicato per cento in termini di danni che la collettività subisce per colpa del dilagare del crimine. Per combattere il degrado urbano è necessario approvare un pacchetto di leggi che introducano sanzioni penali rispetto a comportamenti che rappresentano autentiche emergenze sociali. Sappiamo di scandalizzare buonisti di sinistra ma bisogna far diventare reati la prostituzione in strada, l’accampamento abusivo e l’abusivismo commerciale. Solo in questo modo le polizie locali e le forze dell’ordine statali potranno combattere per la sicurezza e il decoro delle nostre città senza essere travolti dalla marea montante del degrado urbano e della micro-criminalità. Infine bisogna garantire il diritto alla legittima difesa dei cittadini. In una società dove sono sempre più frequenti le aggressioni, gli atti predatori e la violenza più efferata, non si può continuare a criminalizzare le persone che sono costrette a difendersi da sole e le forze dell’ordine che reagiscono ai delinquenti. Si deve porre fine alla paradossale situazione per cui chi è vittima, perfino in casa propria, di aggressioni alla persona o al patrimonio, si trovi poi nella condizione di accusato di “eccesso di legittima difesa” se ha reagito e si è difeso.

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