La sovranità trovala sua applicazione non solo nelle relazioni internazionali, ma anche
nell’assetto istituzionale della nostra Repubblica. Di fronte al moltiplicarsi delle burocrazie,
delle istituzioni centrali e periferiche in conflitto tra di loro, delle magistrature impegnate a
influire sulle decisioni politiche, dei poteri forti e degli interessi di parte, è necessario
indicare con chiarezza chi “ha l’ultima parola”, chi decide sullo stato d’eccezione prodotto
dai tanti scontri interni che dilaniano e paralizzano la Nazione.
La riforma del Titolo V ha posto lo Stato in una condizione di parità rispetto alle Regioni e
ai Comuni, suddividendo le competenze senza un preciso riferimento alla tutela
dell’interesse nazionale. Da quel momento solo il lento incedere delle sentenze della Corte
costituzionale ha rappresentato il luogo dove si potevano dirimere i contenziosi tra le
diverse istituzioni. I cittadini italiani ne hanno fatto le spese, con un grande spreco di
risorse e un continuo scarico di responsabilità politiche: ogni istituzione attribuisce alle  altre le mancate decisioni e gli errori commessi, in un contesto di sovrapposizione delle
competenze e di sospetto reciproco.
Tornare al vecchio centralismo è impensabile, non appartiene più alla coscienza nazionale
che comunque si identifica nel campanile dei Comuni e nel federalismo regionale. Ma è
possibile mettere ordine a questo federalismo comunale e regionale con un potere
fortemente legittimato dal popolo e quindi capace di rappresentarne la sovranità. È l’antica
idea della destra di una Repubblica presidenziale con il Capo dello Stato eletto
direttamente dai cittadini e dotato dei poteri necessari per garantire l’unità e gli interessi
permanenti della Nazione.
Il Presidente della Repubblica eletto dal popolo sarà l’incarnazione della sovranità
popolare e nazionale, nominando il Governo, decidendo in prima istanza sui conflitti
istituzionali, presiedendo effettivamente il Csm e promulgando anche le leggi regionali. Lo
Stato non dovrà più competere con i poteri delle autonomie, anzi saranno possibili
soluzioni più avanzate di federalismo, come le macro-regioni. Proprio perché l’autorità e la
sovranità incarnata dal Presidente garantiranno – come negli Usa – l’unità e il superiore
interesse della Nazione.
Autonomia, federalismo e sussidiarietà diventano virtuosi se al di sopra di loro c’è un
potere che, senza eccedere nel protagonismo, vigila e controlla, pronto a reprimere ogni
forma di abuso e deviazione, capace di costruire obiettivi credibili per lo sviluppo comune,
dotato delle prerogative necessarie a sostenere le aree deboli e gli interessi diffusi.

Il presidenzialismo si deve accompagnare ad un’autentica rigenerazione della
rappresentanza politica e della partecipazione democratica,che superi i meccanismi
partitocratici e le semplificazioni dell’antipolitica. Non ci può essere vera sovranità
popolare senza il riconoscimento giuridico dei partiti politici (Art. 49 della Costituzione) che
ne garantisca la democrazia interna e la trasparenza dei finanziamenti; e senza una legge
elettorale che assicuri il diretto collegamento tra parlamentari e cittadini attraverso l’uso
delle preferenze, dei collegi uninominali e delle primarie. Il Parlamento dei nominati e i
partiti ridotti ai “cerchi magici” dei leader, sono la premessa per una politica asservita agli
interessi economici e ai poteri forti.
Ma la vera rivoluzione sarà determinata dalla capacità dei partiti di riportare alle urne
troppi milioni di astensionisti: se non ci riescono, vanno sanzionati sottraendo ad ogni
ripartizione di seggi elettorali la percentuale di non votanti. È inaccettabile non tener conto
di una rivolta popolare che si manifesta con un astensionismo superiore ad un fisiologico
venti per cento, lasciando intatto il potere di cariche istituzionali – inclusi sindaci e
governatori – eletti da meno della metà degli aventi diritto al voto.
Infine è necessario reagire alla retorica dell’antipolitica con una lotta sistematica a tutti i
privilegi delle “caste”, non solo politiche ma burocratiche ed economiche. Bisogna definire
un tetto massimo ai compensi ricevuti dallo Stato e dalle sue controllate, collegando
queste retribuzioni a precisi criteri di produttività. Stesso discorso va fatto rispetto a tutti i
benefit dell’apparato pubblico,a cominciare dalle auto di servizio. Bisogna giungere ad un
equilibrato rapporto tra quelle che sono le retribuzioni e l’effettiva utilità pubblica delle funzioni che vengono svolte. Tutto questo senza confondere la realtà che vede il settore
pubblico sempre più sacrificato rispetto a quello privato: oggi tutta l’attenzione è
concentrata sui “privilegi” di politici e burocrati, mentre viene volutamente distolto lo
sguardo da ben altri guadagni e prevaricazioni che vanno a vantaggio dei detentori dei
grandi patrimoni privati e dei manager chiamati ad amministrarli.

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