Lo Stato sociale è in crisi e subisce costanti attacchi da parte dell’ideologia neo-liberista. Un fattore che pesa sulla sua tenuta è la diffusione del lavoro discontinuo e precario, dalla quale nasce una forbice tra i bisogni di protezione e di tutele, che aumentano, e i contributi che i lavoratori versano a questo scopo, che diminuiscono. In ogni caso, non si può tollerare che su diritti così importanti (si pensi ad esempio, alla famiglia, alla salute e all’educazione) si continui a giocare al ribasso invocando tagli alla spesa pubblica sulla pelle dei cittadini.

Per giunta, la non esigibilità di questi diritti crea un cortocircuito sullo stesso patto sociale e innesca reazioni a catena sulla credibilità delle istituzioni e della politica in generale. Per dare valore a un serio intervento dello Stato a tutela dei diritti sociali costituzionalmente garantiti, è forse arrivato il tempo per un passaggio strutturale da un welfare meramente assistenziale a quello che molti chiamano welfare generativo. La Costituzione repubblicana, sulla scorta delle esperienze precedenti, aveva investito sull’incontro tra diritti e doveri. Negli ultimi decenni ci si è invece limitati alla mera redistribuzione, senza investire sul capitale sociale rappresentato dalle persone e dalle famiglie. In questo modo si sono incrementati sistemi assistenziali gestiti a costo e non a investimento. Un esempio in tal senso, è la politica familiare degli ultimi anni. Al di là della retorica dei riconoscimenti formali, alla famiglia il nostro paese non ha mai dedicato una strategia mirata e definitiva. Quello che si è fatto, semmai, è promuovere una politica sociale, di solidarietà momentanea e puntuale, e non una politica familiare. È vero che la funzione dello Stato non può esaurirsi in un’attività di controllo e regolazione, perché è infondato attendersi che le iniziative private siano da sole capaci di compensare un investimento pubblico strutturalmente inadeguato. Oltretutto, è insito nella stessa concezione della sussidiarietà, che lo Stato con le sue diverse articolazioni intervenga in via sussidiaria dove non è sufficiente l’autonomia dei gruppi sociali e dei privati, soprattutto dove sono in gioco bisogni essenziali e inderogabili. La sussidiarietà non esclude affatto un intervento dello Stato, ma lo orienta in senso generativo. Per questo puntiamo ad un equilibrio tra principio di sussidiarietà sociale e principio di sovranità politica per non tradire i diritti fondamentali della nostra Carta Costituzionale. Nella logica di un ritrovato allineamento tra diritti e doveri, pur mantenendo l’obiettivo dell’universalità dei destinatari delle prestazioni “essenziali” volte a rispondere ai bisogni primari della persona, è necessario prevedere una priorità nella erogazione ai cittadini italiani dei servizi sociali che eccedono l’essenziale. 28 Il problema dei crescenti flussi migratori va affrontato principalmente sulla base degli insostenibili costi sociali che esso produce. Costi che non possono essere giustificati con la stucchevole retorica sulla necessità di porre rimedio alla nostra denatalità, di fare il lavoro che gli italiani non vogliono più svolgere, di costituire un futuro multirazziale e multiculturale inevitabile. Né si può parlare di restituire solidarietà perché anche gli italiani sono stati degli emigranti, dato che oggi i nostri giovani hanno ricominciato a cercare in modo massiccio lavoro all’estero. Più corretto sarebbe chiedersi perché gli italiani non hanno il coraggio di fare figli. L’esempio francese dimostra in modo inconfutabile che una adeguata politica di sostegno alle famiglie garantisce una elevata natalità. In Europa, la Francia è certamente uno dei paesi con la più forte tradizione immigratoria, ma questo non ha impedito alle famiglie francesi di essere numerose, grazie al quoziente familiare introdotto nel dopoguerra da Charles De Gaulle. A fronte di una realtà sempre più insostenibile, si rende quantomeno necessario attribuire un punteggio aggiuntivo ai cittadini italiana, sia per le graduatorie relative all’assegnazione delle case popolari, sia per l’accesso agli asili nido, sia per usufruire dei vari servizi sociali messi a disposizione dalla pubblica amministrazione. Questo provvedimento oltre ad essere profondamente giusto, servirà a evitare una “guerra tra poveri” e il risentimento da parte degli italiani bisognosi che si sono visti scippare i diritti dalle scelte folli di tante amministrazioni locali. Non è pensabile neanche teoricamente immaginare una equiparazione totale di diritti tra cittadini italiani e immigrati: in questo modo si rischia di cancellare l’essenza stessa della Repubblica che non può non fondarsi su un riconoscimento specifico dei propri cittadini, in un rapporto equilibrato tra diritti e doveri.

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