L’epoca del globalismo egemone e della sovranità annullata ha prodotto una crisi sociale senza precedenti nei Paesi occidentali. L’Italia ne ha pagato uno scotto pesantissimo. E a pagarlo sono stati soprattutto i lavoratori, sia i lavoratori dipendenti sia quelli autonomi. Tale processo ha violato un valore cardine della nostra convivenza: il lavoro. L’affermazione di questo valore – fondamento della Repubblica ai sensi della nostra Costituzione e base della dignità dell’uomo – è l’indicatore principale dello stato di salute di un paese. Laddove c’è occupazione c’è ricchezza nazionale, quindi reddito, consumi, investimenti. In coerenza con questi principi, crediamo fortemente che il lavoro debba essere il tassello centrale di ogni politica di sviluppo, una politica che attraverso precise scelte strategiche sappia assicurare anche un’equa distribuzione dei benefici raggiunti.

L’odierno quadro italiano è desolante. Non solo perché è assente qualunque dibattito sul concetto di sviluppo che vada oltre il banale livello di propaganda, ma perché, oggi più che mai, il tema del lavoro rappresenta la misura dell’intreccio perverso tra globalizzazione, neo-liberismo, finanziarizzazione dell’economia e dipendenza strategica dalla Troika (Commissione europea, Bce, Fmi). E quindi, per affrontare con coraggio il tema della crescita del Paese fondata sul lavoro, bisogna con altrettanto coraggio sciogliere questi nodi. Non hanno potuto certo farlo i governi “obbedienti” alle logiche neo-liberiste, ma un Polo sovranista, per sua natura, può sicuramente compiere questa cruciale operazione. E dopo decenni di egemonia di sinistra sul tema del lavoro, se ne può riappropriare in quanto patrimonio comune, in un momento in cui il conflitto di classe riesplode con tutta la sua forza in forme nuove e contrappone non più semplicemente “operai” contro“borghesi”, ma élite contro masse, minoranze arricchite contro maggioranze escluse. In questo contesto, il Polo sovranista deve intestarsi la battaglia di una crescita vera del Paese fondata sul lavoro e non sulla finanza.

Occorre un modello di sviluppo nuovo, depurato dalle perversioni dei mercati globali e dei vincoli tecnocratici dell’Europa, per dar vita ad un nuovo corso (New Deal) del nostro Paese. Se questo è l’obiettivo, il punto di partenza è, tuttavia, piuttosto sconfortante (1) .

Siamo terzultimi in Europa per tasso di occupazione(e penultimi per tasso di occupazione femminile), 9 punti sotto la media europea e 17 sotto il livello della Germania.La disoccupazione è un dato critico soprattutto per il Mezzogiorno e resta sempre più significativo il numero dei cosiddetti inattivi, cioè coloro che pur non avendo un lavoro, rinunciano addirittura a cercarlo. Siamo un Paese in profonda difficoltà, segnato dall’impoverimento delle classi popolari, accompagnato dalla crisi profonda del ceto medio, dal soffocamento dei lavoratori autonomi e dalla stretta sulle piccole e piccolissime
imprese. Questo Paese non è riuscito a costruire un’alternativa o almeno a comunicare una speranza, dopo un lungo periodo di crisi economica ed occupazionale che ne ha profondamente modificato il tessuto produttivo e sociale (2) e che non lo ha ancora riportato ai livelli pre-crisi. In questo scenario si tratta di prendere atto delle modifiche del tessuto produttivo, elaborare strategie di sviluppo coerenti col nuovo contesto e mettere in campo una vera e propria opera di ricostruzione, come avviene in una fase post bellica – quale è stata per certi aspetti la crisi in Italia. Assumendosi la responsabilità di definire delle priorità e di percorrerle. Questo è il momento in cui il lavoro deve tornare ad essere la priorità di governo, uscendo dallo sterile dibattito intorno allo zero virgola di crescita e perseguendo il necessario obiettivo della piena occupazione. È il lavoro e non la finanza a creare legittima ricchezza nazionale ed è il lavoro il meccanismo che attiva il circuito virtuoso direddito, consumi, investimenti che determinano la crescita della Nazione. Invece, i diversi governi, che si sono succeduti da Monti a Renzi e Gentiloni, hanno affrontato il tema del lavoro seguendo l’ideologia neo-liberista imperante, che si fonda sul principio della supremazia dei mercati autoregolanti (e che quindi richiedono la non intromissione dello Stato) e sul principio che il capitale si dirige naturalmente laddove può avere la sua massima redditività. Una ideologia completamente indifferente ai confini e quindi ad alto potenziale di diffusione, che oltretutto propugna la “teoria inversa dello Stato”, in base al quale la strada della crescita passa necessariamente attraverso la valorizzazione del privato, per definizione più efficiente del pubblico.

In ossequio a questa logica, sul tema lavoro e sviluppo, i governi hanno commesso diversi errori che possono essere sintetizzati in tre aspetti che come Polo sovranista dobbiamo combattere:

1. Globalismo e competitività;

2. Il mercato come datore di lavoro;

3. La soggezione alla Troika.

1. Globalismo e competitività.

Lungi dal sostenere ipotesi autarchiche, dobbiamo dare il giusto significato al dogma della “competitività” internazionale. È inaccettabile per l’Italia basare questa competitività esclusivamente sul costo del lavoro, perché il confronto inevitabile con i paesi emergenti condurrà ad un abbassamento dei salari, peggioramento delle condizioni di lavoro e riduzione dei diritti e delle tutele dei lavoratori. E avallerà tutte le operazioni di delocalizzazione o sub fornitura di aziende nei paesi emergenti, perché abbassando i costi,si rendono più “competitivi”. La “cinesizzazione” della nostra economia è davvero il modello di sviluppo che intendiamo perseguire? Noi crediamo che questo concetto di competitività non sia l’essenza della concorrenza ma solo una perversione del globalismo. La competitività va ricercata nella qualità e nell’innovazione, sorpassando i  paesi emergenti su ciò che loro non sanno produrre per mancanza di know-how o tradizione. Dove questo non è possibile bisogna avere il coraggio di mettere dazi per combattere la concorrenza sleale che viene dal dumping sociale o ambientale. Questo chiama in causa da un lato, la capacità di definizione degli ambiti strategici propri ad uno Stato che non abdica il suo ruolo a favore del mercato.

Dall’altro, il necessario spazio di autonomia di bilancio e di manovra per poter investire in ricerca e sviluppo.

2. Il mercato come datore di lavoro.

Il secondo errore da combattere è affidare ciecamente al mercato la ricostruzione occupazionale. Attraverso operazioni di maquillage politico (che hanno trovato la loro consacrazione nel Jobs act) ci hanno fatto credere che bastasse agire per via normativa, cambiando semplicemente le tipologie di contratti o i requisiti di accesso al lavoro, accompagnati da un regime di convenienze per le imprese, per creare nuova occupazione. I dati sull’applicazione del primo anno di Jobs act dimostrano il fallimento di questa ipotesi. Siamo in un Paese produttivamente al palo, senza alcun piano di sviluppo, senza alcuna scelta strategica su settori di investimento, con un sistema creditizio e bancario dai cordoni sempre più stretti o comunque ad apertura selettiva. Nessuna riforma del lavoro può funzionare fino a che i consumi restano stagnanti perché le famiglie non acquistano, le imprese non vendono e quindi banalmente non necessitano di lavoratori aggiuntivi. Per questo non temiamo di dire basta alle politiche di autoregolamentazione del mercato in cui vengono distribuiti incentivi a pioggia e non temiamo di affermare l’obiettivo alto e importante della crescita della Nazione: la piena occupazione. Attraverso un ritorno dello Stato nel suo ruolo non solo di garante dell’interesse collettivo, ma anche di promotore di lavoro.

3. La soggezione alla Troika.

Il terzo aspetto da combattere si ricollega al tema generale del recupero di sovranità nazionale con una particolare attinenza con le scelte in tema di lavoro e sviluppo. Riguarda la necessità di recupero dell’autonomia nazionale nelle scelte di bilancio, anche al di fuori dei dettami europei. Un questione tecnica ma anche politica. Politicamente significa sottrarsi: – ai dettami dalla Troika che, con l’arroganza tipica degli organismi che non devono rispondere ad elettori, hanno prodotto i diktat contenuti nella lettera di Draghi e Trichet o nel rapporto Rehn del 2011. – contrastare la visione neoliberista delle politiche economiche e del lavoro da loro sostenuta e fedelmente riproposta dal Rapporto JP Morgan di un anno dopo, che richiede: riduzione della spesa, riduzione delle tutele dei lavoratori e dei loro strumenti di opposizione democratica alle decisioni governative (qualificate come ostacolo alla governabilità); maggiore flessibilità in entrata ed in uscita nel mercato del lavoro, comprese le regole sui licenziamenti. Il “governo obbediente” di Renzi, infatti, con la modifica dell’art. 18 consentì la maggiore facilità nei licenziamenti dei lavoratori e, in caso di licenziamento illegittimo, la sostituzione del diritto di reintegro sul posto di lavoro con un semplice indennizzo. Tecnicamente significa riacquistare la sovranità nazionale in termini di bilancio, per poter valutare le proprie specifiche necessità. Non serve arrivare a scomodare Keynes per 18 ricordare che per affrontare, come in un’operazione post bellica, la ricostruzione del Paese in termini occupazionali c’è bisogno di poter agire sulla spesa pubblica e quindi di poter lavorare in deficit. Ma questo va contro quanto previsto dal Fiscal compact del 2012 che l’Italia, unico tra gli Stati europei, ha trasformato in norma costituzionale all’art.81. Per prima cosa, quindi, bisogna avviare una grande campagna per l’abolizione del vincolo di pareggio di bilancio dell’art.81 all’interno di una più dura trattativa di revisione del modello europeo. Un’azione che ha anche il significato più ampio di lotta all’impostazione culturale e ideologica neo-liberista che concepisce la spesa sociale come il peggiore dei mali di un paese e persegue il mito della crescita e dello sviluppo solo attraverso l’imposizione fiscale (austerity), indifferente per natura ai bisogni e le caratteristiche dei diversi paesi a cui si rivolge. Non è questa l’Europa che vogliamo e non è questa la strada per far ripartire il Paese di cui siamo orgogliosi. Sulla scorta di queste tre battaglie, la nostra proposta si può sintetizzare come un Piano di crescita nazionale, ovvero un “New Deal italiano”. La nostra convinzione profonda è che crescita, sviluppo e ricchezza abbiano il loro fondamento nel lavoro. Ne consegue che la questione principale deve restare come creare occupazione sostenibile,rispettosa della dignità del lavoratore e fornitrice di senso anche al suo appartenere ad una comunità nazionale. Per far ciò bisogna mettere in campo iniziative mirate che inneschino l’effetto moltiplicatore tra produzione, reddito e consumi. Misure che rispondano a bisogni reali e restituiscano parte del proprio risultato alla comunità. Nonostante l’offensiva neo-liberista, la realtà ha dimostrato che il mercato da solo non è in grado di provvedere all’ottimizzazione delle risorse, quindi di generare il giusto incontro tra domanda e offerta di lavoro, tra linee di sviluppo e investimenti. Dopo anni in cui si è chiesto allo Stato di stare fuori dall’economia, oggi c’è bisogno del ritorno dello Stato: ma non come apparato burocratico, quanto come indirizzo strategico. Lo Stato inteso come rappresentante dell’interesse nazionale, che definisce priorità e direzione della crescita e degli investimenti, guidando il mercato all’interno di opzioni ritenute strategiche per lo sviluppo del Paese. In questa ottica, crediamo nella necessità di avviare un Piano di crescita nazionale, un attuale New Deal, in cui Stato e territori concordino una serie di ambiti prioritari o di settori specifici in cui investire, all’interno dei quali convogliare in via prioritaria la creazione di nuova occupazione, la ricollocazione delle persone che hanno perso il lavoro e le nuove iniziative imprenditoriali. Priorità deve essere data a settori economici o ambiti tematici ritenuti rilevanti a livello nazionale e locale sia in termini di competitività (Made in Italy, beni culturali, turismo, innovazione tecnologica) che in termini di servizi alla collettività (infrastrutture, servizi alla persona, welfare, trasporti, decoro urbano). Per entrare nel dettaglio, in questo contesto ed in questo specifico momento storico, crediamo che il principale ambito di applicazione possa essere un grande “Piano di Manutenzione Nazionale” che affronti in modo sistematico il rischio sismico nei centri abitati, il dissesto idrogeologico e la prevenzione degli incendi boschivi. Come fece, in fondo, anche il New Deal americano, bisogna investire inun vasto programma di interventi pubblici di manutenzione del territorio. 19 Circa il problema delle risorse, è necessario costringere l’Unione europea a prendere atto della reale emergenza in cui si ritrova l’Italia, che sta innescando un conflitto istituzionale che rischia di portare il nostro paese alla procedura di infrazione. Bisogna intervenire sulle rigidità del patto di stabilità che impedisce agli Enti Locali di spendere anche quando i bilanci sono in attivo e del requisito del cofinanziamento, ormai impossibile da sostenere per Comuni e Province, visti i tagli continui cui i loro bilanci sono stati sottoposti dallo Stato (3) . E operare in una logica di razionalizzazione nell’impiego dei residui dei fondi comunitari assegnati all’Italia e non spesi (4).

Servono circa 3 miliardi per la ricostruzione delle aree colpite dall’ultimo terremoto e 80 miliardi in dieci anni per la prevenzione del rischio sismico ed idrogeologico su tutto il territorio nazionale. Si tratta di cifre non irraggiungibili,soprattutto pensando che l’Italia da decenni è contributore netto dell’Unione Europea, cioè versa a Bruxelles molto più di quanto riceve (5 ).

Mentre ricevono più soldi di quelli che versano, paesi in crisi come la Grecia, Cipro, Portogallo e Irlanda, ma anche Malta, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Bulgaria, Lituania e Lettonia che hanno andamenti del Pil e cicli economici decisamente migliori rispetto a quello italiano, anche al netto dell’attuale emergenza. Di fronte ad una situazione così grave e paradossale, in un Ordine del giorno approvato in diversi Consigli comunali e regionali, abbiamo sviluppato quattro proposte (6) , che, in mancanza di una risposta positiva e concreta da parte di Bruxelles,si dovrebbero tradurre nella rivendicazione del diritto dello Stato Italiano di trattenere dal contributo netto alla Ue i fondi necessari alla ricostruzione e alla prevenzione delle emergenze sismiche ed idrogeologiche del Paese.

IL FALLIMENTO DEL JOBS ACT

Il Jobs Act è figlio di quella matrice neo-liberista e di quei diktat della Troika che prima abbiamo citato. Affidandosi alla convenienza del mercato, ha offerto al lavoratore un piccolo baratto, tra la promessa di un contratto stabile e il rischio di un licenziamento più facile. Ma ha creato solo illusioni e nuova disoccupazione: quasi 14 miliardi in tre anni di incentivi alle imprese che hanno avuto come unico effetto quello di creare contratti effimeri,licenziamenti facili, nuova precarietà e nuove povertà. Con la decontribuzione fiscale, il Jobs Act nel 2015 ha consentito, la regolarizzazione del 75% dei lavoratori a termine già esistenti, creando circa 500.000 posti di lavoro, mai dati del 2016 hanno fatto emergere una drammatica realtà. Nei primi sei mesi, in cui l’incentivo è stato dimezzato rispetto al 2015, si è registrato il crollo delle assunzioni(-8,5% rispetto all’anno precedente) e l’aumento netto e incontrovertibile dei licenziamenti(+35% rispetto all’anno precedente). Il perché di quanto accaduto è da ricercare nel fatto che è sbagliato sperare che il mercato e le imprese provvedano da sé a creare un lavoro che in fondo non c’è. Perché come abbiamo visto, non c’è domanda interna tale da sostenerlo né prospettive strategiche di sviluppo. Crediamo che davvero sia arrivato il momento di smettere di utilizzare il denaro pubblico come contributi fini a se stessi e riservare gli incentivi su grandi progetti di investimento nazionale. Altro disastro giuridico e sociale è l’aumento esponenziale del ricorso ai voucher, una modalità di retribuzione del lavoro occasionale di tipo accessorio, che sarebbe dovuta essere lo strumento principe per contrastare il lavoro nero e che oggi, invece, rischia di favorirlo. I buoni-lavoro da 10 euro lordi furono introdotti nel 2003 dalla legge Biagi per retribuire legalmente lavoratori occasionali, soprattutto in agricoltura, e contenere caporalato e lavoro nero. Con il Jobs Act si sono trasformati, invece, in un vero e proprio strumento di precariato, applicato a tutti i settori possibili e non a quelli in cui serve una stagionalità. Uno strumento senza controlli né tutele, visto che il voucher non “copre” la malattia e accantona contributi previdenziali ridicoli. Di fatto, essi sono divenuti una forma di precarizzazione estesa a tutti i settori di attività: sono 96,6 milioni i buoni lavoro emessi nei primi sei mesi del 2016, un incremento, rispetto all’anno precedente del 35,9%. Per riparare a questo disastro provocato dal Jobs Act, occorre una “controriforma” per riportare al centro dell’attenzione una visione sociale dell’economia che veda il lavoratore protagonista per la rinascita economica e sociale del Paese.

RILANCIARE LA PARTECIPAZIONE DEI LAVORATORI

La democrazia dal basso è essenziale non solo in politica ma soprattutto nell’economia, dove la prestazione del lavoro è primaria come il ruolo delle piccole e medie imprese. Senza una partecipazione reale dei lavoratori alle scelte strategiche delle imprese sarà difficile rilanciare l’occupazione e rafforzare l’economia della nostra Italia. Oggi in Italia i lavoratori sono solo i destinatari finali delle scelte degli imprenditori e soprattutto dei condizionamenti dell’economia finanziaria, ma sono coloro che sopportano 21 gli effetti di eventuali scelte fallimentari ed il peso della crisi economica in termini di perdita del lavoro o di riduzioni della retribuzione. La partecipazione dei lavoratori alle scelte dell’impresa si basa, invece, sul principio fondamentale che il lavoratore debba essere chiamato in causa non solo quando l’impresa è in crisi, ma anche quando ci sono decisioni per orientare la crescita e per suddividere i frutti della produzione, attraverso premi proporzionali agli utili ottenuti. Non è un caso che, dopo la Germania, altri 11 Paesi Europei (Austria, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Svezia) abbiano adottato la partecipazione dei lavoratori nelle imprese, senza per questo subire danni economici in un momento di crisi come l’attuale, anzi, se problemi ci sono stati, questi sono derivati – specie in Germania patria della “cogestione” –da una eccessiva subordinazione dei lavoratori coinvolti nel processo partecipativo. In Italia, invece, nonostante l’art. 46 della Costituzione preveda il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione dell’impresa, non sono mai state approvate norme che incentivino “statuti partecipativi nelle imprese”, trascurando persino di applicare l’indirizzo dato dalla direttiva europea 94/45/CE del 22 settembre 1994, riguardante “l’istituzione di un Comitato Aziendale Europeo o di una procedura per l’informazione e la consultazione dei lavoratori nelle imprese e nei gruppi di imprese di dimensioni comunitarie”. Da qui il paradosso tutto italiano che, mentre si vuole procedere a riforme della Carta fondamentale, non si dà attuazione a quelle norme costituzionali da sempre vigenti che potrebbero dare un contributo ad affrontare la crisi economica tutelando i diritti e l’interesse del Lavoro. Stesso discorso per l’azionariato dei dipendenti (anch’esso valorizzato dalla Costituzione): mentre si sta sviluppando rapidamente nella maggior parte delle grandi imprese europee, in Italia non esiste ancora una legislazione organica in grado di fornire alle imprese e ai lavoratori i necessari punti di riferimento. Lo sviluppo dell’azionariato dei dipendenti va, invece, incoraggiato. L’Italia deve dotarsi di una legislazione semplice, moderna e praticabile per dare vita, anche attraverso lo strumento dell’azionariato alla partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa.

CAMBIARE LA LEGGE FORNERO PERCOSTRUIRE UN SISTEMA PENSIONISTICO SOCIALMENTE SOSTENIBILE

La legge Fornero, riprendendo le precedenti riforme e ubbidendo ai diktat finanziari dell’Unione Europea, ha innalzato fino a 66 anni l’età pensionabile, imponendo il più povero sistema contributivo a tutti i lavoratori, inclusi quelli per i quali la precedente riforma Dini aveva riservato il prosieguo del sistema retributivo. Risultato: l’allontanamento dell’età pensionabile e pensioni sempre più povere per tutti. Nonostante questa manovra, la spesa pubblica ha continuato a salire, aumentando dal 2011 di oltre il 17% del Pil. La riforma Fornero, oltre a provocare il disastro degli esodati, che sono rimasti in un limbo, senza stipendio né pensione, dopo l’uscita dal posto di lavoro, ha drammaticamente 22 bloccato il Paese, privando i lavoratori del diritto alla pensione in un’età accettabile e i giovani di avere un’opportunità lavorativa attraverso un giusto turnover generazionale. Col meccanismo della legge Fornero, non solo si rende la pensione un traguardo irraggiungibile e si rendono i pensionati sempre più poveri, ma si creano intere generazioni di giovani che, entrando nel mondo del lavoro troppo tardi, una pensione non potranno mai raggiungerla e nemmeno immaginarla. Perciò, questa pessima legge – contro cui la Lega di Salvini aveva giustamente tentato di ottenere un referendum abrogativo – va cambiata mettendo mano ad una nuova riforma delle pensioni secondo criteri anagraficamente sostenibili, nell’ottica della tenuta sociale delle famiglie e del rinnovo lavorativo a favore dei giovani. Un altro pessimo effetto della Fornero è l’abolizione, dal 1° gennaio 2017, della indennità di mobilità, sostituita dalla Naspi (Nuova prestazione di Assicurazione Sociale per l’Impiego).L’assorbimento dell’indennità di mobilità nella Naspi comporta delle penalizzazioni a carico dei disoccupati ed è un danno soprattutto per i lavoratori del Sud, tenuto conto che la vecchia indennità era collegata all’area di residenza e all’età del beneficiario. Mentre gli importi percepiti in passato avevano massimali lordi che variavano in base al reddito del lavoratore rimasto disoccupato, la Naspi prevede un tetto massimo dell’assegno di 1.300 euro, con una durata di erogazione minore. Insomma, un’altra scelta che produce nuova povertà diffusa.

 

1 Il tasso di occupazione italiano è del 57,3% corrispondente a poco meno di 23 milioni di persone, di cui solo 9 milioni e mezzo sono donne. Siamo 9 punti e mezzo sotto la media europea, distanti 17 punti dalla Germania, 16 dal Regno Unito e 8 dalla Francia. Praticamente tra i 28 paesi dell’Unione europea solo la Croazia e la Grecia hanno un tasso di occupazione peggiore del nostro, mentre il tasso nazionale disoccupazione (persone che non hanno un lavoro e dichiarano di cercarlo)è del 10,9%, (media tra un 6,8% del Nord ed un 18,6% del Mezzogiorno), che corrisponde a circa 3 milioni di persone di cui 1.470.000 solo al Sud. La situazione si fa più grave per le donne (12%) e per i giovani, il cui tasso di disoccupazione è il 34,5% che sale a 47,4% solo nel Mezzogiorno. I due terzi di questa disoccupazione nazionale dura da più di un anno

2 Dal 2008 (anno di inizio della crisi) sono stati persi 625.000 posti di lavoro. Mentre la grande impresa si sta sempre più finanziarizzando e delocalizzando non solo sedi produttive ma segmenti di produzione – col risultato di aver completamente cambiato fisionomia anche su marchi tipicamente italiani – la maggiore sofferenza è sostenuta da parte delle piccole e medie imprese, che hanno denunciato una chiusura in media di circa 140.000 esercizi l’anno. I settori in sofferenza maggiore sono stati edilizia e trasporti, seguite dalle attività manifatturiere, in particolar modo le imprese metalmeccaniche e gli artigiani del legno. Su questa scia non solo molte attività, ma anche molti mestieri artigiani, stanno rischiando l’estinzione, depauperando non solo saperi e conoscenze ma incidendo anche sulla configurazione delle città.

3 Queste assurdità hanno più volte bloccato la ricostruzione dell’Aquila dopo il terremoto, al punto di spingere, nell’ottobre del 2014, il Sindaco Massimo Cialente a scrivere al Presidente della Commissione Juncker per chiedere che “in caso di calamità naturale, riconosciuta come tale dall’Ue e per la quale sono stati concessi finanziamenti del fondo di solidarietà, lo Stato membro è autorizzato a intervenire, per l’opera di ricostruzione, con finanziamenti pari al massimo 15 volte quanto finanziato con il fondo di solidarietà, senza che questo incida sul patto di stabilità”, aggiungendo che “non è possibile che una regola di bilancio, frutto di una burocrazia a volte senz’anima, possa essere più importante dell’uomo, del cittadino colpito da un dramma collettivo, del futuro di un insieme di abitanti dell’Europa unita”. Sono passati quasi due anni da quella lettera e nessuna risposta è arrivata da Bruxelles.

4 Cfr. Romina Raponi “Fondi Comunitari – Condizionalità senza frontiere” (su goofynomics.blogspot.it)

5 (solo nel 2014 l’Italia ha dato al bilancio UE ben7,3 Miliardi di euro più di quanti ne abbia ricevuti e tra il 2000 e il 2014 l’Italia ha dato un contributo netto al Bilancio dell’Unione Europea di 72 Miliardi) Se a questo si aggiungono i soldi del MES, il famoso “Fondo salva-stati” che in realtà è servito a salvare le banche tedesche dalle loro esposizioni in Grecia, il cui versato ammonta già ad oggi a quasi 15 Miliardi, arriviamo a 87 MILIARDI DI EURO.

6 1. Devono essere esclusi dal Patto di Stabilità e da tutti i conteggi relativi ai vincoli europei non solo i finanziamenti necessari a fronteggiare l’emergenza immediata ma anche quelli indispensabili per la ricostruzione nelle zone terremotate e le opere di prevenzione sulle aree sismiche. 2. Le risorse indispensabili per la ricostruzione delle aree colpite dal terremoto del centro Italia devono essere sottratte dal prossimo contributo annuale dell’Italia al Bilancio UE. 3. Una profonda revisione dei criteri di ripartizione del Bilancio UE deve permettere la riduzione strutturale del contributo finanziario a carico dei Paesi esposti al rischio di catastrofi naturali e impegnati a realizzare grandi piani di messa in sicurezza dei propri territori. 4. Concordare una riprogrammazione immediata di tutti i Fondi Europei oggi non utilizzati dalle Regioni italiane, per consentirne un immediato utilizzo ai fini della prevenzione del rischio sismico ed idrogeologico.

 

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