Bisogna costruire una nuova, radicale, riforma della Pubblica Amministrazione, per permettere allo Stato e agli Enti Locali di tornare a svolgere una funzione positiva e propulsiva nell’economia nazionale. Perché tutto ciò si realizzi, è necessaria una strategia che, nel suo complesso, punti ad un miglioramento dell’efficienza dell’azione amministrativa attraverso: – ripristino della disciplina pubblicistica del rapporto di pubblico impiego e previsione di orari di lavoro, regime delle carriere e della dirigenza adeguati alle esigenze di produttività; – adeguamento del contingente di personale pubblico alle proporzioni esistenti nei principali Paesi europei (Francia, Regno Unito, ecc.) nei quali è previsto, specialmente per i profili più qualificati, un numero definito di impiegati ogni mille abitanti. A titolo esemplificativo, basti pensare che solo adeguandoci al Regno Unito, per non parlare della Francia, lo Stato italiano potrebbe effettuare circa 300.000 assunzioni all’anno per 3-4 anni, con una spesa di circa 0,5 punti di Pil, con conseguente drastica riduzione della disoccupazione dei giovani laureati e diplomati. Oltre a ciò è necessario che merito ed etica tornino ad essere principi centrali nella PA, non parole utilizzate solo per slogan propagandistici. Sarà necessario, infatti, ripensare al modello comportamentale di ciascun ufficio pubblico, di ciascun ruolo, affinché si recuperi l’autentica moralità sociale e si ponga fine a costumi degenerati e degradanti di assenteismo, corruzione e malfunzionamento in generale. Situazioni che hanno creato una distanza difficilmente colmabile e minato la fiducia che il cittadino ripone nelle Istituzioni. Il merito, invece,dovrà essere reintrodotto quale principio di valorizzazione delle qualità dei singoli, affinché ci sia una concreta relazione tra carriera e retribuzione da un lato e risultati prodotti dall’altro. Occorre mettere in evidenza le giuste differenze di valore: separare, definire, evidenziare, far risaltare le differenze di impegno e di dedizione. Non è più possibile sopportare l’ingiustizia della uniformità al ribasso voluta innanzitutto dal sindacalismo confederale che tenta di mantenere forme di contrattazione ormai superate e antiche, salvo poi vendersi alle esigenze del governo di turno, come è successo con il finto accordo pre-referendum del dicembre scorso. Etica e merito: due facce di una medesima medaglia, ugualmente indispensabili per il rinnovamento del sistema pubblico. I costi della politica lievitano a causa della inefficienza della macchina burocratica, dietro alla quale si celano anche perversi meccanismi clientelari. Fenomeno che ha generato una quantità sproporzionata di impiegati, funzionari e dirigenti, spesso nominati più per amicizie e conoscenze che per meriti veri e propri. Risanare questa autentica malattia della funzione pubblica tuttavia non è impossibile. Sarà necessario, infatti, procedere ad un accurato controllo del rapporto costi/produttività spostando gli incapaci e i nulla facenti in settori meno strategici, ancorando i compensi alla produttività richiesta in base alle qualifiche e al personale impegnato. In ultimo si dovrà pensare ad eliminare tutte le strutture create ad arte per generare nuovi posti di lavoro e nuovi incarichi dirigenziali, trasferendo il personale in esubero nelle amministrazioni dove gli organici non sono coperti, come gli uffici giudiziari, i musei e le strutture di controllo del territorio. Ciò significa anche lanciare la sfida dell’eccellenza, della professionalità e della efficacia nel lavoro, attraverso l’introduzione di un meccanismo di verifica della attuazione e valutazione della efficacia dei contratti integrativi riferiti in particolare al personale dirigente, che consenta di porre fine allo scandaloso dato del 99% dei casi in cui si dichiara il raggiungimento degli obiettivi. È necessario distinguere tra coloro che si sentono realmente parte della macchina amministrativa e partecipano responsabilmente alla sua evoluzione, e quanti invece perseguono l’unico scopo di far passare il tempo, fino alla pensione, senza alcuna prospettiva di miglioramento anche personale. Una Riforma della PA non può inoltre non prevedere adeguati investimenti in strutture e mezzi anche informatici. Nota dolente, quest’ultima, poiché la spesa in conto capitale, negli ultimi decenni è praticamente scomparsa. Gli interventi effettuati sono stati pressoché tutti “a costo zero”. Discorso questo che vale per il Servizio Sanitario Nazionale, l’Istruzione, l’Università, le Forze dell’ordine che assicurano la nostra sicurezza. Inaccettabile, in particolare, il taglio continuo di risorse alla Sanità: quella pubblica italiana è riconosciuta dall’Oms come la seconda nel mondo ed appare folle rinunciare ad un primato del genere, privando un settore dotato di eccellenti professionalità dei mezzi necessari a garantire servizi essenziali. Sarà altresì compito del Movimento sostenere con forza anche il principio della libertà di cura (pensiamo al caso Di Bella), sancito dalla Costituzione ma avversato dalle Istituzioni nel nome di una“medicina ufficiale” dietro alla quale si celano spesso anche interessi di lobby farmaceutiche. Non si può dimenticare che a questi interventi, che riguardano specificamente la macchina pubblica, va aggiunto un rigoroso piano di semplificazione legislativa, mai seriamente attuato nel nostro Paese. La giungla normativa è uno dei fattori che appesantisce e ritarda l’azione amministrativa a danno dei cittadini, delle famiglie e delle imprese. Troppi regolamenti e troppi controlli hanno attribuito, negli anni, all’alta burocrazia un potere abnorme, che di fatto ha condizionato anche l’azione politica inibendo ogni, pur volenteroso, intervento di risanamento. Si pensi soltanto alle difficoltà di attuazione delle leggi derivanti dai ritardi accumulati dagli Uffici legislativi dei Ministeri incaricati di stendere i regolamenti attuativi dei provvedimenti approvati dal Parlamento. I costi, per il sistemaItalia, di questo apparato vischioso e “politicamente irresponsabile” sono pesanti, sia in termini di punti di Pil sia in termini di qualità della vita dei cittadini. Alla pesantezza burocratica, si aggiunge anche la lentezza della giustizia civile, che rende spesso improbabile la certezza del diritto per i singoli e per le aziende, comportando, fra le conseguenze più evidenti, anche la riduzione del volume degli investimenti nel nostro Paese.

Infine va previsto in Italia, così come in tutti i Paesi dell’Unione Europea, il Difensore Civico Nazionale, tenendo presente le esperienze scandinave, il Mediateur francese, il Defensor del Pueblo spagnolo, il Provedor de Justicia portoghese, ma attingendo anche alla tradizione romana del Defensor civitatie. Per una figura così importante per i diritti dei cittadini è necessario garantire una nomina imparziale sulla base dei titoli correlati, nonché l’indipendenza,i poteri e i mezzi necessari per intervenire celermente contro ogni disfunzione, abuso e negligenza della pubblica amministrazione.

Una Riforma della PA, dunque, realmente fondata su: etica, merito, semplificazione, aumento degli investimenti, creazione di occupazione giovanile, rispetto dei diritti dei cittadini.

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