Uno dei principali problemi posti dalla globalizzazione è quello della moltiplicazione esponenziale dei flussi migratori. Come le industrie fuggono verso le aree in cui produrre costa di meno, così le persone migrano verso i paesi in cui si illudono di poter vivere più facilmente. Le migrazioni fanno parte della storia dell’Umanità, anche se non sono mai state un fenomeno di per sé virtuoso perché ogni persona ha il diritto di vivere nel luogo dove è nata e di abbandonarlo solo in base a una sua libera scelta elettiva, non costretta dalla fame e dalla povertà. Ricordiamo in proposito il messaggio di Benedetto XVI che cita Papa Wojtyla nella Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2013: “Nel contesto socio-politico attuale, però, prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra, ripetendo con il Beato Giovanni Paolo II che «diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all’emigrazione»”. L’idea di popoli senza patria né radici, apolidi costretti ad eterne migrazioni alla ricerca di un salario meno misero, è l’essenza stessa e insieme il “bug” autodistruttivo di una globalizzazione senza regole. La pressione che questo modello esercita su salari e diritti è il centro della spirale nichilista in cui il Pianeta è stato spinto dal dogma del libero mercato. E l’Unione Europea sembra, in questo, l’ultima bella addormentata in un mondo che si sta svegliando. In ogni caso la politica non deve arrendersi di fronte a queste dinamiche,trovando un alibi nel dovere di solidarietà nei confronti di tutti gli esseri umani, perché le migrazioni possono  essere controllate e frenate.

Debbono essere sottoposte a rigorosi e severi meccanismi di integrazione e non possono mai mettere in discussione i diritti di chi è già cittadino di una Nazione. Il Prof. Hans-Werner Sinn membro del Consiglio consultivo del Ministero dell’Economia tedesco ha scritto recentemente in proposito: “L’Ue farebbe bene a chiudere le sue frontiere esterne. Il suo mercato del lavoro, le sue infrastrutture, il suo sistema legale e i suoi benefit previdenziali rappresentano preziosi beni associativi che non dovrebbero essere accessibili a migranti economici qualsiasi, provenienti da ogni parte del mondo. (…) Nonostante ciò, sussiste ancora l’imperativo umanitario a concedere asilo alle persone perseguitate per le loro idee politiche e a includerle nel welfare system. Separare i pochi individui (appena il 7% di tutte le richieste di asilo esaminate in Germania) che rientrano in questa categoria dai migranti per ragioni economiche, richiede sistemi con i quali raccogliere le richieste, e la realizzazione di campi di accoglienza, se necessario, dove tali decisioni possano essere prese fuori dai confini dell’Ue”.

Confondere i migranti economici con i rifugiati politici per mantenere sostanzialmente aperte le frontiere dei Paesi europei, significa colpire in modo insostenibile il welfare, creare “eserciti industriali di riserva” utili a nuove svalutazioni salariali, contribuire a minare ogni forma di solidarietà ed equità sociale nel Vecchio Continente. Va ribadito però che non è eticamente e politicamente sostenibile isolare il problema dell’immigrazione da quello del dominio dei poteri finanziari. In altri termini non si possono sottoscrivere posizioni politiche, come quelle ieri di Nicolàs Sarkozy e oggi di François Fillon, che concentrano tutta la critica alla globalizzazione sul tema dell’immigrazione,accettando però il dominio della finanza speculativa e l’assenza di regole nel commercio globale. Non è sostenibile politicamente perché, anche bloccando tutti i flussi migratori, non si fermerebbe la crisi economica italiana ed europea (crisi a cui l’immigrazione contribuisce, ma di cui non è la causa principale) e non è comunque eticamente accettabile, perché non si possono scaricare i problemi della globalizzazione solo sui disperati che cercano di sbarcare sulle nostre coste.

È caratteristica specifica dell’impostazione sovranista il fatto che una Nazione affronti e risolva prioritariamente le questioni legate ai propri cittadini, al proprio popolo. Ma questo non può spingere ad essere miopi ed a considerare ogni Nazione una monade impermeabile ed insensibile a quanto le succede intorno, anche perché alcuni fenomeni finiscono per riguardarci a prescindere dalla volontà o meno di occuparcene. Se è di assoluto buon senso affermare che in Italia, di fronte a risorse limitate, prima vengono i dirittidegli italiani, è per noi doveroso collaborare per alleviare le altrui sofferenze, difendere i diritti dei popoli e contribuire a risolvere questioni di interesse internazionale. Recuperare la propria sovranità economica, rompendo i vincoli di austerità che legano il nostro Paese, significa avere le risorse necessarie ad intervenire in modo efficace sui problemi. E il vecchio slogan della destra italiana “aiutiamoli a casa loro” torna attualissimo, trovando la giusta via mediana tra la difesa dell’interesse nazionale e l’esigenza di non chiudersi nel proprio egoismo. Non è quindi disseminando di centri di accoglienza il Paese che risolveremo un problema epocale come quello migratorio. Occorre prendere consapevolezza del necessario binomio tra difesa delle frontiere e cooperazione internazionale. Innanzi tutto, per arginare il fenomeno, c’è da aprire direttamente sulle coste africane, attraverso accordi con Paesi amici, centri di accoglienza dove i richiedenti asilo possano presentare regolare domanda e dove rimandare tutti coloro che arrivassero in Italia aggirando ogni controllo. In secondo luogo, per aggredire alla radice il problema, è necessario predisporre un serio piano di cooperazione volto allo sviluppo delle economie africane. Una simile iniziativa spetterebbe in realtà alla comunità internazionale, ma, nell’inerzia generale, è auspicabile che l’Italia giochi il ruolo di primo piano che la storia e la geografia le affidano al centro del Mediterraneo. Anche questo è un modo di affrontare l’attacco del terrorismo fondamentalista, senza aspettare passivamente la prossima bomba che esplode o il prossimo camion che si lancia sulla folla inerme. Non si deve infatti pensare che quella religiosa e culturale sia l’unica matrice che genera il jihadismo. C’è però da aggiungere che l’Occidente in generale e l’Europa in particolare si trovano oggi a dover fare i conti con il fallimento del proprio modello culturale, un modello che ha voluto cancellare l’identità ellenistico-romana e cristiana in nome di un umanitarismo amorfo e senza volto, proprio quando alle porte d’Europa preme una massa di disperati, profughi e clandestini e le periferie delle metropoli sono diventate la grande polveriera del terrorismo fondamentalista. Interi quartieri delle città italiane ed europee sono ormai vere e proprie enclave in cui vigono leggi e regole di un’altra cultura se non direttamente i dogmi della Sharia. La risposta allo scontro in atto non può essere trovata né nelle utopie dell’accoglienza della sinistra umanitaria, né nel laicismo che vuole cancellare le differenze religiose e neppure nell’idea di alimentare uno scontro di civiltà o peggio una “guerra di religione”. L’identità nazionale, intesa come identità dinamica di un popolo nel suo divenire storico, è l’argine che si può erigere, in Italia come nel Mediterraneo, contro l’offensiva del fondamentalismo islamico. Solo da questo senso di appartenenza e dalla presenza di uno Stato forte e dotato di risorse adeguate può nascere l’energia necessaria ad attuare politiche di sicurezza all’altezza della situazione, ad arginare l’immigrazione incontrollata e a ricostruire un’idea di cittadinanza attiva, autentica e rigorosa. Occorre ricordare che accogliere indiscriminatamente migranti in un Paese afflitto da disoccupazione a doppia cifra e avviluppato in politiche assurde di austerità, equivale ad innescare vere e proprie bombe sociali che aggravano il fenomeno dei fondamentalismi e rischiano di innescare pericolose spirali di razzismo, da cui l’Italia è stata sempre avulsa. Insomma un circolo vizioso di odio, di guerre fra poveri, che mette il nostro Paese, naturale frontiera rispetto alle coste del Nord Africa, fortemente a rischio.

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