L’idea di un’Europa dei Popoli e delle Nazioni torna oggi prepotentemente d’attualità in
virtù di inediti processi su scala mondiale. La nuova fase internazionale inaugurata
dall’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti potrebbe infatti rivoluzionare
l’assetto geopolitico che ha dominato i rapporti tra le grandi aree della Terra dalla fine della
guerra fredda ad oggi.

Per l’Italia e i suoi principali partner europei, questa nuova fase presenterebbe due,
opposte, possibilità: da un lato, potrebbe offrire l’opportunità per un nuovo protagonismo
ma, dall’altra, potrebbe comportare un ulteriore colpo alla già ridotta influenza dei Paesi
europei sui maggiori scacchieri mondiali, a partire dai conflitti africani e mediorientali che
hanno diretto impatto sulle società del Vecchio Continente attraverso i flussi migratori e la
crisi dei rifugiati.
Il condizionale è d’obbligo, perché siamo nella fase iniziale della presidenza Trump ed è
ancora presto per stabilire quale sarà l’effettiva evoluzione del quadro mondiale dei
prossimi anni.

Un fatto però è certo: il mondo non sarà più quello di prima, quello del nuovo “ordine
mondiale” vagheggiato da George Bush padre, quello dell'”interventismo umanitario”
dell’era Clinton (con la Serbia sepolta sotto un diluvio di bombe Nato), quello
dell'”esportazione della democrazia” della fase di George W. Bush (fallimento dello State
building nell’Iraq del dopo Saddam), quello dell'”impero riluttante” dell’era Obama (ridotto
impegno diretto delle truppe americane, ma rovinosa destabilizzazione per “procura” del
Nordafrica, del Medio Oriente e dell’Ucraina).

Con il nuovo presidente Usa pare sancita la fine sia dell’unilateralismoa stelle e strisce (il
mondo sotto la “Pax americana”) sia del multilateralismogarantito dall’Onu, dalle altre
organizzazioni internazionali e dagli Stati “volenterosi” (la “Pax cosmopolitica”). Sotto il
profilo geostrategico, abbiamo assistito per più di vent’anni al tentativo di costruire
l’unipolarismo americano: l’egemonia geopolitica garantita dalla supremazia militare.
Come eredi del vecchio impero britannico, gli Stati Uniti hanno costruito la loro egemonia
strategica sul mare, potendo contare su tredici super-portaerei dotate di armamenti tali da
poter produrre morte e distruzione in un intero continente. Questo spaventoso arsenale è
stato posto anche a “garanzia” dell’enorme debito pubblico americano.

Presupposto di queste concezioni è l’annullamento degli spazi terrestri e della geografia e della storia

in nome di entità astratte come la comunità internazionale, l’opinione pubblica
globale, l’ideologia dei diritti umani. La globalizzazione, con la delegittimazione degli Stati,
con l’abnorme volume degli investimenti di capitali a breve termine (la base prima della
speculazione finanziaria), con la libera circolazione mondiale di manodopera a basso
costo, ha trovato in questi principi geopolitici una potente base ideologica.
Unilateralismo e cosmopolitismo hanno accompagnato l’affermazione del globalismo.
Questa visione dei rapporti internazionali è però andata in crisi negli otto anni della
presidenza Obama.

Le cause principali sono tre.

1) La recessione economica mondiale, che ha colpito in modo particolare i Paesi
occidentali: l’euforia dei ruggenti anni Novanta (per dirla con Stiglitz) ha lasciato il posto a
rappresentazioni più cupe e pessimistiche e c’è addirittura chi ha parlato di “stagnazione
secolare”.

2) La crescente difficoltà degli Stati Uniti, anche per effetto della crisi economica, di
mantenere l’enorme apparato militare schierato nelle aree più calde del globo. Questa
circostanza, unita al fallimento in Iraq, ha prodotto una crescente disaffezione dell’opinione
pubblica americana per il ruolo “imperiale” degli Stati Uniti. Il declino geopolitico degli Usa
è stato accentuato negli anni di Obama. Il bilancio della politica estera di Barack s’è
rivelato fallimentare. Disastrosa s’è dimostrata la scelta di appoggiare le “primavere arabe”
e di eliminare Gheddafi. La politica di Obama ha portato anche all’inasprimento dei
rapporti con la Russia. Meno soldi per le imprese militari, più risorse per l’economia:
questo è stato alla fine l’orientamento prevalente dell’elettorato statunitense nella lunga
corsa per le presidenziali.

3) Il rilancio della Russia e di altre potenze regionali (in particolare la Turchia e l’Iran) come
player geopolitici. Caso emblematico quello della Siria, il cui futuro assetto passa
essenzialmente per l’accordo tra Mosca e Ankara. E va anche sottolineato il ruolo
determinante dell’Iran nel contenimento tra, il 2014 e il 2105, dell’offensiva Isis in Iraq.
Nel nuovo contesto geopolitico si profila quindi l’affermazione del multipolarismo:
l’equilibrio mondiale garantito dal ruolo di stabilizzazione svolto dalle potenze regionali
nelle rispettive zone di influenza. Non c’è più bisogno (ammesso e non concesso che ce
ne sia mai stato) di una potenza egemone su scala mondiale.
E’ quello che ha più volte ribadito Trump prima e dopo il suo insediamento: gli Usa
baderanno d’ora in poi ai propri interessi, stabilendo momenti di collaborazione con altri
Paesi sulla base di comuni obiettivi: “È ora che l’America cessi di spendere tutte le proprie
energie in pantani internazionali.

Gli Stati Uniti dovrebbero intervenire solo e unicamente per la risoluzione di problemi comuni da affrontare con il supporto di tutte quelle entità, statali o economiche che siano in grado di muoversi verso un obiettivo condiviso”.

Nell’assetto multipolare che si profila, la Russia è destinata a giocare un ruolo di primo
piano. E ciò, non solo sotto il profilo strettamente geopolitico e geostrategico, ma anchesotto quello culturale. In questi ultimi dieci anni, Mosca non s’è limitata a contrastare la pressione americana verso l’Eurasia e le sue rotte energetiche. Ha anche elaborato una
dottrina alternativa al cosmopolitismo illuministico dell’era globale: è la dottrina della
“democrazia sovrana”. Elaborata da Vjacheslav Surkov, già vicepremier e consigliere di
Putin, questa dottrina coniuga il concetto di legalità del diritto internazionale con quello di
legittimità degli Stati. Non si può cioè costruire un ordine internazionale attraverso accordi
stabiliti da Stati delegittimati e diminuiti nella sovranità.
Sono idee più adatte a spiegare l’epoca del multipolarismo rispetto agli ormai obsoleti
concetti del globalismo giuridico.

In questa fase tornano d’attualità anche le vecchie teorie alternative al multilateralismo
cosmopolitico, come la teoria dell’ordineminimo elaborata nel 1977 dal filosofo del diritto
Nedley Bull in The Anarchical Society. Nell’ordine minimo, la “giustizia” (cara ai cantori
dell’interventismo umanitario) non deve essere perseguita a scapito delle civiltà, delle
culture e delle sovranità nazionali. Tra tutti i soggetti deve esserci pari dignità e il potere di
intervento deve essere limitato al massimo, in modo da non favorire le potenze che
pretendano di esercitare la loro egemonia con la scusa dell’universalità dei diritti.
Il multipolarismo ha bisogno al dunque di teorie politiche fondate sul realismo e non sul
politically correct illuministico.

Ma qui veniamo alla nota dolente: l’Europa. La ragnatela ideologica che paralizza gli Stati
e sacrifica l’interesse dei popoli per la sicurezza e la prosperità non è più sostenibile
nell’epoca multipolare. C’è bisogno di un rinnovato protagonismo delle Nazioni. C’è
bisogno di una grande e ambiziosa riconversione ideologica e culturale. L’Europa non può
cioè essere l’ultima ridotta del cosmopolitismo, del tardo-illuminismo e del globalismo in
un’epoca di potenze regionali protagoniste. Anche perché, come insegna Bull,
l’ideologismo Ue non è che il paravento culturale che copre il sacrificio degli interessi dei
Paesi dell’Europa del Sud, in primis l’Italia, a vantaggio dei paesi del Nord-Europa, in
primis la Germania.

È l’occasione per rilanciare il piano De Gaulle per la sicurezza dei popoli europei, cioè per
una collaborazione tra Stati sovrani: “Non ci può essere altra Europa che quella degli
Stati, tutto il resto è mito, discorsi, sovrastrutture”.

Non sarà semplice, ma altra strada non c’è. All’Italia il compito di ritrovare il senso del
proprio interesse nazionale.Ma deve essere chiaro non ci potrà essere rinnovato
protagonismo delle Nazioni senza il rilancio dell’idea di sovranità.

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