La crisi economica e le storture della globalizzazione hanno determinato in tutte le società occidentali la distruzione del ceto medio, la sua proletarizzazione. Va precisato subito che la classe media è un insieme che comprende lavoratori autonomi come artigiani, piccoli e medi imprenditori, oltre a dipendenti pubblici e privati.

Negli ultimi anni, questa galassia sociale è passata dall’essere il soggetto più attivo della popolazione e il perno dell’equilibrio sociale a una condizione di precarietà esistenziale ed economica che non si può più ignorare. Il suo grido di dolore deve essere al centro della nostra azione politica, il nostro richiamo più forte alla mobilitazione. Partite Iva, impiegati e insegnanti che vedono precipitare verso il basso il proprio potere d’acquisto, che non riescono ad assicurare l’università ai loro figli, che vivono in periferie insicure e dimenticate dalle istituzioni, sono il nuovo ceto medio da ricostruire.

Questa larga fascia della popolazione italiana ignorata dalle élites e dalle politiche pubbliche, unita alle giovani generazioni sempre più tradite nelle loro speranze, si sta ormai allontanando dal “contratto sociale” che lo vincola ai governanti e aspetta una trasformazione radicale di quella politica così inerme davanti alle storture sempre più evidenti della globalizzazione finanziaria. Attende una svolta storica, dall’Italia e 29 dall’Europa. Il moderatismo è ormai alle spalle, non è più il tratto caratteristico di questo popolo. La destra deve riscoprire il dovere tragico di difendere l’italianità sopravvissuta alle intemperie della crisi e alle nuove regole del mondialismo post-democratico. Deve reagire davanti al pericolo che l’Italia diventi un’espressione geografica, e nulla di più. Stare dove palpita il cuore della Nazione, rappresentare l’Italia profonda, quella che soffre e che ha perso il sorriso, quella che viene ogni giorno svenduta o ignorata. Difendere e valorizzare il ceto medio, significa anche promuoverlo come il luogo della crescita e della mobilità sociale. Per questo è necessario difendere non solo la piccola e media impresa, ma le professioni, il commercio, l’artigianato, i lavoratori dipendenti pubblici e privati,anche attraverso un ripensamento di tutte le false “liberalizzazioni” (in realtà delle semplici deregulation) cominciate con le “lenzuolate” di Bersani, fatte ai danni di queste categorie.

Sulla “società civile organizzata” si era depositata molta ruggine: si poteva certo procedere ad una revisione dei meccanismi di autotutela dei corpi intermedi e delle appartenenze comunitarie, pensando alle esigenze del mercato e dei consumatori. Ma la sua frettolosa liquidazione ha portato con sé la fine di un’autentica valorizzazione dei corpi intermedie delle appartenenze comunitarie, ossatura del nostro modello di sviluppo economico-sociale. Le scellerate applicazioni della direttiva Bolkestein agli ambulanti e agli stabilimenti balneari, il depotenziamento delle Camere di commercio e degli Ordini professionali, la moltiplicazione dei grandi centri commerciali, l’invasione delle multinazionali in tutte le attività di produzione e servizio, devono trovare la reazione di una destra autenticamente radicata nell’interesse nazionale e popolare. Tutto questo passa anche per una politica economica a favore del rilancio delle Pmi (Piccole e Medie Imprese) che rappresentano il “vero” motore dell’economia del nostro Paese, costituendo la quasi totalità del tessuto imprenditoriale italiano (il 94,8% secondo i dati Istat 2009).

La crisi economica che colpisce il nostro paese rende necessario assumere una serie di iniziative per il rilancio dell’economia attraverso il sostegno alle Pmi e del Made in Italy:

1. Riduzione della pressione fiscale. Rendere virtuosa per le imprese la sostituzione degli studi di settore con gli “indicatori di compliance” utilizzati per stabilire il grado di affidabilità del contribuente; abolizione dell’Irap e pagamento dell’IVA sull’incassato.

2. Tutela del Made in Italy contro le regole europee che favoriscono l’invasione di prodotti stranieri. Trasparenza sull’origine della produzione, dall’agricoltura al manifatturiero.

3. Incentivo alle assunzioni attraverso una vera riforma all’apprendistato senza costi per le aziende, che riapra il mondo del lavoro a figure professionali oggi nuove o abbandonate.

4. Compensazione dei debiti e crediti nei confronti della pubblica amministrazione, evitando un’ulteriore intromissione delle banche.

5. Riduzione degli adempimenti normativi e burocratici, inutili per le categorie minori, che incidono pesantemente sulla redditività delle aziende o che diventano fonte di discriminazione.

6. La trasformazione di Equitalia in Agenzia fiscale non deve essere uno spot propagandistico per il Governo, ma l’avvio di un diverso sistema di riscossione dei debiti delle imprese e delle famiglie nei confronti del sistema pubblico, che eviti di creare gravi danni sociali ed economici colpendo indiscriminatamente di chi non è in condizioni effettive di pagare. Stesso discorso per il Durc (Documento unico di regolarità contributiva), che da strumento per difendere gli interessi dei lavoratori, non può diventare un cappio per soffocare le imprese e quindi i loro stessi dipendenti. Il ceto medio sempre più proletarizzato ha necessità di interventi sociali anche sotto il profilo abitativo. Sempre più famiglie, a partire dalle metropoli, stentano ad esercitare il diritto alla casa, che a sinistra viene “risolto” con le occupazioni. Va proposto concretamente il Mutuo Sociale:meccanismo che, riconoscendo la funzione sociale della proprietà privata, consente a tutti di diventare padroni di casa, sia con i redditi bassi, sia con lavoro precario. Si tratta di concedere un mutuo al tasso fisso dell’1%, garantito da un ente pubblico, che sarà pagato con una quota proporzionale del reddito del nucleo familiare, con rate pari al 20% del reddito. In caso di cessazione dell’attività lavorativa, il pagamento del mutuo viene sospeso fino alla ripresa del lavoro.

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