Per quante motivazioni politiche e strategiche possano essere trovate per perorare un’alleanza tra la Destra e la Lega, è necessario andare più in profondità per comprendere che questa non è frutto di un atteggiamento strumentale o addirittura opportunistico. Per tutto il periodo della seconda Repubblica Alleanza Nazionale e la Lega Nord hanno duellato proprio sulla contrapposizione tra federalismo secessionista e difesa dell’unità nazionale.

Questo duello ha per altro garantito per venti anni la centralità e l’insostituibilità del ruolo di Forza Italia, vero partito-cardine e baricentro tra due forze politiche che tiravano in senso opposto.

La svolta impressa da Matteo Salvini, dopo la crisi morale ed elettorale della Lega Nord, ha cambiato la prospettiva politica. Il nuovo Segretario di via Bellerio ha puntato tutto su temi di stampo comunitario: la sicurezza del cittadino, la lotta all’immigrazione, la critica identitaria alla Globalizzazione.

Fino al punto di abbracciare, dopo la lettura dei libri di Alberto Bagnai, la critica all’Euro e all’Unione Europea.

Siamo passati dalla Lega di Bossi che alla fine degli anni ’90 minacciava di portare solo il Nord nell’Euro se l’Italia non ce l’avesse fatta, alle nuove posizioni di Salvini pienamente consapevoli degli effetti negativi della moneta unica su tutta l’economia italiana, sia quella emergente del Nord che quella depressa del Sud.

In realtà questa svolta segna il passaggio da un Federalismo a base (prevalentemente) liberista ad un Federalismo a base (prevalentemente) identitaria e comunitaria, superando proprio per questo la tentazione secessionista e comprendendo l’importanza di un sovranismo a base nazionale.

La Destra dal canto suo proviene da un lungo dibattito politico e culturale, che ha attraversato tutto l’800 e il ‘900, tra il nazionalismo e lo statalismo di stampo idealistico e una visione identitaria e comunitaria che valorizza prioritariamente i corpi intermedi e le autonomie locali.

Furono Beppe Niccolai e Giano Accame, nei tempi più recenti, a cercare di trovare un punto di equilibrio tra istanze comunitarie e appartenenza nazionale, tra identità italiana e radici europee. Un equilibrio sintetizzato in una frase coniata da Marcello Veneziani: “La grande Patria si fonda sulle piccole Patrie”.

Tutto questo per ricordare a chi oggi identifica semplicisticamente le radici culturali della destra con il “patriottismo” e l’esaltazione dello Stato-Nazione, che la cultura identitaria e comunitaria del nostro mondo non può non portare verso il principio di sussidiarietà, verso l’autonomia dei corpi intermedi e verso un principio federalista capace di valorizzare le appartenenze e le identità locali.

Quindi una Destra identitaria e sovranista e Lega di Salvini possono non solo allearsi, ma trovare punti di sintesi in grado di dare un fondamento saldo a quel Polo Sovranista di cui c’è bisogno in Italia.

Possiamo così descrivere sommariamente questo punto di sintesi: un’autentica cultura identitaria e comunitaria insegna che nessun livello di appartenenza comunitaria può essere cancellato senza mettere in crisi gli altri livelli. Ovvero: non si possono cancellare le comunità locali e i corpi intermedi senza erodere il fondamento della comunità nazionale; non si può negare l’appartenenza nazionale senza consegnare regioni e autonomie locali al dominio di Bruxelles.

La nostra Nazione, fondata su una identità plurale come quella italiana, non può non riconoscere ampia autonomia alle proprie comunità locali, sia municipali che regionali.

Ma le autonomie locali non possono vivere e svilupparsi senza l’ombrello di una sovranità nazionale a cui fare riferimento contro gli effetti omologanti della Globalizzazione e contro i vincoli di una Unione Europea tecnocratica e germanocentrica. Tantomeno sono immaginabili esiti secessionisti in una comunità nazionale fondata – nonostante tutte le differenze territoriali e tutte le difficoltà delle nostra vicenda unitaria – su un’unità di lingua, di religione e di cultura con mille anni di storia comune.

In questa chiave è possibile non solo legare la sovranità nazionale con il federalismo, ma anche lanciare un preciso messaggio a tutte le diverse forme di “civismo” che stanno crescendo nei comuni italiani. Lo stesso principio di essere “padroni a casa propria” è applicabile a livello nazionale, regionale e comunale, secondo un principio di “democrazia partecipativa” in cui ogni cittadino deve essere determinante nelle scelte nel proprio ambito comunitario.

La forma istituzionale che può rappresentare tutto questo è una Repubblica presidenziale e federalista, in cui un presidente eletto dal popolo deve essere il depositario della sovranità nazionale, utilizzata verso l’esterno per resistere ai poteri forti della Globalizzazione, esercitata verso l’interno per dirimere i conflitti fra le diverse istituzioni centrali e periferiche.

In questo quadro, un ultimo riferimento deve essere fatto su quello che era il messaggio della Destra Sociale di Alleanza Nazionale, che durante la seconda Repubblica ha cercato di difendere i diritti dei lavoratori e le tutele sociali dei più deboli dal riformismo neo-liberista che dominava nel centrodestra. Anche su questi temi Matteo Salvini si è posto in prima linea attaccando la legge Fornero e il Jobs Act di Matteo Renzi, riprendendo peraltro la lezione politica di Marine Le Pen che in Francia ha conquistato il voto operaio puntando sullo stretto legame, accresciuto nel tempo della Globalizzazione, tra sovranità nazionale e difesa dello stato sociale. La crisi della sinistra nasce proprio dall’incapacità di comprendere che, per difendere veramente i diritti dei lavoratori e dei più deboli, nonché di un ceto medio impoverito, non si può non partire dal principio “Prima gli Italiani”.

Una forte sponda politico-culturale per sostenere il legame che esiste tra sovranità nazionale, sovranità popolare e diritti sociali, viene da quel “sovranismo costituzionale” che in questi anni è stato messo in evidenza dal lavoro di numerosi giuristi.

La Costituzione italiana, nei suoi Principi fondamentali, delinea una serie di diritti sociali dei cittadini italiani che oggi sono stati messi in discussione dall’ideologia neo-liberista della Globalizzazione e dai trattati dell’Unione Europea.

Proprio quella Carta costituzionale contestata dai fondatori del Movimento Sociale e guardata con sospetto da molte anime del centrodestra della seconda Repubblica, oggi diviene uno strumento decisivo per rivendicare la Sovranità nazionale e popolare, i diritti sociali del cittadino e la centralità del Lavoro che sono alla base delle rivendicazioni sovraniste.

La Costituzione italiana, se va senz’altro cambiata in senso presidenzialista e federalista nella Parte seconda “Ordinamento della Repubblica” per completare un processo

riformista rimasto disorganico e incompiuto, se va liberata dalle ormai anacronistiche “Disposizioni transitorie e finali”, al contrario deve essere pienamente attuata nei “Principi fondamentali” e anche nella Parte prima “Diritti e Doveri dei cittadini”.

Pensiamo quale potente strumento giuridico e propagandistico – anche per aggregare nell’elettorato di sinistra – è quello di denunciare il tradimento della Costituzione perpetrato proprio dalle vestali del “politicamente corretto” che, a cominciare da Giorgio Napolitano, hanno ceduto sovranità e svenduto i diritti del nostro popolo agli eurocrati di Bruxelles.

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