La crisi dell’Unione europea è per noi un argomento doloroso, perché non abbiamo
dimenticato i cortei giovanili in cui inneggiavamo all’“Europa Nazione”, né la sincera
commozione che ci ha toccato quando abbiamo visto cadere il Muro di Berlino.
Noi siamo europeisti, anzi di più: siamo Europei. Nessuno dubita del profondo legame
culturale che unisce le tante storie nazionali del nostro Continente. Anche TheresaMay nel
momento di sancire l’attuazione della Brexit ha detto: “usciamo dall’Unione europea, non
dall’Europa”. La nostra critica alle autorità di Bruxelles non è un ritorno al nazionalismo
ottocentesco, ma nasce dalla consapevolezza della vera essenza dell’identità europea. La
caratteristica più vitale del nostro Continente è la presenza creativa di tante profonde
differenze, in una ricchezza di lingue, di identità nazionali e di culture che non hanno
riscontro in nessun’altra parte del Pianeta.

Nonostante ciò c’è un peccato originale nella costruzione europea, riscontrabile fin dal
Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli: l’attacco contro gli Stati nazionali. Secoli di
storia, di sangue versato sui “sacri confini della Patria”, di bandiere al vento e di conflitti
anche creativi tra identità e progetti diversi, dovevano essere cancellati per scongiurare
definitivamente il pericolo di una nuova Guerra mondiale. Ma sono state veramente le
appartenenze nazionali a generare queste guerre? Oppure dietro di esse non si
nascondevano piuttosto dei progetti imperiali che volevano sottomettere proprio le diverse
nazionalità? Non c’erano due Imperatori come il Kaiser Guglielmo II e Francesco
Giuseppe al centro della Prima Guerra mondiale, e il “nuovo ordine europeo” del Terzo
Reich nella Seconda Guerra mondiale? E l’Impero sovietico non è stato forse sconfitto
dalle bandiere nazionali che tornavano a sventolare per rivendicare la libertà e
l’indipendenza? Non dimentichiamoci la predicazione di Papa Wojtyla che nel suo
libro“Identità e memoria” assimilò il valore della Nazione a quello della Famiglia come
comunità naturale inviolabile.

Il nostro europeismo è quello dell’ “Europa dei Popoli e delle Nazioni” predicatada Charles
de Gaulle, ovvero di una cooperazione, strutturata ma paritaria, tra Stati nazionali
pienamente sovrani. Nulla a che fare con la pretesa di costruire un “super-Stato europeo”
accentratore e livellatore, inevitabilmente destinato a diventare strumento dell’egemonia
tedesca. Come abbiamo spiegato parlando di sovranità, non può esistere una democrazia
unica con 24 lingue diverse e 28 diversificate identità nazionali. Un super-Stato europeo
non può non essere tecnocratico perché, nonostante il Parlamento europeo, una
democrazia unitaria europea è impossibile.

Chi, durante le ultime elezioni europee, ha minimamente messo in conto nelle sue scelte elettorali l’indicazione del Presidente della Commissione europea?

Quale cittadino dell’Unione riconosce, anche marginalmente, come proprio leader Jean-Claude Juncker?

Peraltro nel percorso dell’Unione europea sono visibili almeno tre momenti che hanno
chiaramente dimostrato che ci si muoveva in una strada senza via d’uscita. Il primo e forse
simbolicamente più grave, è stato il rifiuto di iscrivere le radici cristiane nella Costituzione
europea. Il secondo è stato la bocciatura referendaria nel 2005 di questa Costituzione da parte di una nazione fondamentale come la Francia. Il terzo, infine, è stato rappresentato
dall’introduzione dell’Euro come moneta unica priva di un progetto economico adeguato e
di una governance realmente democratica.

Come ormai tutti ripetono, l’Euro nasce dall’errore di valutazione di Francois Mitterand che
pensava di bilanciare la forza di una Germania unificata, imponendo la sostituzione del
Marco con la moneta unica europea. Al contrario questa moneta, la prima nella storia a
non avere un vero Stato come punto di riferimento, si è trasformata nello strumento di
espansione del mercantilismo tedesco, di un’economia nazionale che ormai da anni vive in
costante surplus commerciale nei confronti degli altri partner europei. Già era un azzardo
imporre la stessa moneta ad aree economiche così profondamente diverse, l’assenza di
una vera governance democratica e il rifiuto di un reale trasferimento economico dalle
aree forti alle aree deboli del Continente, hanno fatto il resto.
Ma perché l’Italia ha voluto a tutti i costi aderire al progetto dell’Euro? Era evidente a tutti
la forzatura che fu fatta da Prodi e da Ciampi per far rientrare l’Italia nei parametri
monetari, ma l’obiettivo apertamente dichiarato era quello di imporre un “vincolo esterno”
alla nostra economia per costringerla a riformarsi in chiave liberista. I “padri dell’Euro”
sapevano di sottoporre il nostro paese a un grave stress finanziario, ma, in chiave autorazzista, ritenevano che questo fosse l’unico metodo per “correggere” le nostre abitudini economiche, sociali e civili. Questa correzione in parte c’è stata, ma al prezzo di un grave impoverimento del nostro Paese e di una crisi ormai quasi decennale che si sta
trasformando in stagnazione e deflazione.

C’era un tempo in cui si pensava che promuovere l’interesse nazionale significasse
imporre il proprio protagonismo nell’interdipendenza europea. La patetica fotografia di
Matteo Renzi insieme a Francois Hollande e ad Angela Merkel sul ponte dell’incrociatore
Garibaldi a largo di Ventotene è lo specchio di questa infantile illusione. Oggi la difesa del
nostro interesse nazionale in Europa passa per il recupero della sovranità nazionale e
monetaria, rivendicazione da portare sui tavoli di Bruxelles come vera arma negoziale per
imporre un cambiamento sostanziale e definitivo.
Non basta rivendicare il superamento dell’Euro e dichiararsi eurocritici. È tempo di lanciare
un altro modello di cooperazione europea sul piano istituzionale ed economico, che tenga
conto dei nuovi scenari geopolitici imposti dall’elezione di Donald Trump e dal
protagonismo di Vladimir Putin. L’Europa che noi vogliamo deve essere retta da un
Consiglio in cui siedano con pari dignità Nazioni pienamente sovrane, per individuare i
progetti di effettivo interesse comune su cui vale la pena di concentrare le risorse,
abolendo la Commissione europea in quanto strumento tecnocratico di attuazione del
“vincolo esterno”. La sicurezza e la difesa comune, il controllo dei flussi migratori, regol e
per il commercio globale contro il dumping ambientale e sociale, la difesa del reddito dei
lavoratori e la sicurezza sociale, l’approvvigionamento energetico, grandi progetti
industriali, culturali e di ricerca che abbiano una ricaduta economica condivisa: questi sono
gli obiettivi su cui vale la pena impegnare la cooperazione europea. Recupero condiviso
della sovranità monetaria in un quadro di flessibilità dei cambi, abolizione dei vincoli
europei sugli investimenti e gli aiuti di Stato, cancellazione delle Direttive di Bruxelles che
limitano la sovranità costituzionale dei Paesi membri: questi cambiamenti radicali sono,
invece,essenziali per liberare le energie creative dei nostri popoli.

Riprendere “le chiavi di casa” non comporta necessariamente una minore cooperazione tra i diversi Stati europei, significa invece recuperare la sovranità di decidere in base all’interesse nazionale a quali progetti partecipare, senza che nessuno possa imporre un rigido automatismo sulla base del diktat “ce lo chiede l’Europa”.

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