I gravissimi danni prodotti negli ultimi anni dalla crisi finanziaria del 2008, hanno riproposto
in modo ineludibile, soprattutto nel nostro paese, la necessità che la Banca centrale e la
rete degli istituti di credito,nel rispetto dei loro obiettivi funzionali ed organizzativi,
rispondano all’indirizzo politico dato dall’autorità di Governo (nello specifico il Ministero
dell’Economia), abbandonando il principio della delega “in bianco” dei poteri di indirizzo e
controllo a soggetti sovranazionali.
Riguardo alla Banca d’Italia se, da un lato, va ribadito il principio che si tratta di un
organismo dotato di autonomia operativa, dall’altro occorre sancire la proprietà pubblica
della banca stessa, liberandola dall’attuale “corto circuito” in cui il controllato (istituti di
credito) possiede il controllore. L’altro elemento fondamentale è assegnare alla Banca
centrale il ruolo di sottoscrittore del debito pubblico di “ultima istanza”. Questa svolta
permetterebbe di affrontare definitivamente l’antico problema del signoraggio (differenza
tra il valore facciale della carta moneta ed il suo costo di stampa), che deve andare a
vantaggio di chi accetta il denaro, ovvero i cittadini, e non di chi si è illegittimamente
appropriato di questo valore, grazie alla “privatizzazione” delle banche centrali.
A questo proposito vale la pena ricordare che il tanto esaltato “divorzio” tra Ministero
dell’Economia e Banca d’Italia avvenuto nel 1981 rispondeva, come noto, ad una logica di
politica economica monetarista che considerava l’inflazione il peggior male possibile, al
punto da attribuirle la capacità non solo di non far crescere la ricchezza, ma addirittura di
generare disoccupazione. Al di là della fondatezza di simili ragionamenti ampiamente
smentitadalla condizione in cui si trovano le economie europee, oggi la situazione è
completamente cambiata: si registra deflazione, la crescita economica è minima e la
disoccupazione continua tendenzialmente a crescere, salvo stimoli sporadici creati con
espedienti dal costo finanziario insostenibile.

Le tante “cassandre” che temono il ritorno ad una politica monetaria nazionale guidata
dall’autorità politica, non sono in grado di offrire soluzioni alternative, visto il fallimento
delle scelte della Banca centrale europea, che pur perseguendo una politica monetaria
espansiva non ha conseguito alcun successo. Peraltro, questi difensori della politica
monetaria europea sono gli stessi che da anni predicano, al fine di dare efficacia alle
scelte di Bruxelles, l’obiettivo di una politica fiscale omogenea nel continente. Inutile dire
quanto questo auspicio, andando contro gli interessi nazionali dei tedeschi e dei francesi,
non si sia mai realizzato e, al momento, appare molto lontano. Quindi, perché dovremmo
rimanere schiavi di una politica monetaria comunitaria molto penalizzante per paesi come
l’Italia, per giunta subendo le conseguenze anche di politiche fiscali disomogenee? L’unico
effetto in questi anni, è stato lo spostamento degli insediamenti produttivi verso i paesi con
regimi fiscali più leggeri, mentre l’economia monetaria ha avvantaggiato solo i paesi più
forti. Riprendersi il diritto di sottoscrizione del debito pubblico da parte della Banca centrale
nazionale non vuole dire automaticamente perdere il controllo della base monetaria: anche
in questo caso si possono fissare alcune semplici regole che permettano di adottare simili
scelte al verificarsi di determinate condizioni e con limiti ben definiti.
Anche nella sua funzione di organismo di controllo del sistema bancario, la Banca centrale
nazionale deve riprendere pienamente il suo ruolo. D’altra parte quello a cui si assiste oggi
non è affatto ispirato ad una uniformità europea, dato che le autorità economiche e
monetarie della Ue adottano comportamenti diversi a seconda del paese che devono
controllare: basta ricordare la diversità di trattamento applicata in merito al “bail in” tra le
banche italiane e quelle tedesche nel 2015.

Non è vero quindi che un organo
sovranazionale assicura uniformità di trattamento! È necessario allora rimettere nelle mani
della Banca centrale nazionale il compito di controllare il proprio sistema bancario, magari
nell’ambito di alcune regole comuni, che però debbono riguardare al massimo gli istituti di
credito che operano sui mercati europei e non anche le banche locali, che soprattutto in
Italia rappresentano l’intelaiatura necessaria di un sistema di piccole e medie imprese.
Il cenno precedente al “bail in” non è casuale. I paesi europei hanno una diversa cultura
finanziaria e, conseguentemente, una diversa importanza assegnata dai cittadini e dalle
imprese al sistema bancario. È noto a tutti che in Italia la stragrande maggioranza dei
flussi finanziari passa attraverso le banche, con valori percentuali non riscontrabili in
nessun altro paese europeo, per cui le regole del “bail in” e le scelte nel caso di fallimento
di un istituto di credito hanno un impatto sociale molto più devastante, non solo in termini
di perdita economica dei risparmi (peraltro già di per sé molto importante), ma soprattutto
in termini di affidabilità dell’intero sistema creditizio. Anche in questo caso occorre che
ciascun paese possa trovare il suo percorso di gestione delle crisi bancarie, specie
riguardo alle piccole banche locali, che non rappresentano in valore assoluto un impegno
finanziario gravoso ma che invece sotto il profilo della fiducia dei risparmiatori-cittadini è
importantissimo.In ogni caso nel nostro Paese bisogna prevedere l’esclusione totale di
ogni forma di “bail in” se non nei confronti dei soli investitori istituzionali.
La riprova della necessità di riassegnare a ciascun paese europeo la sovranità sul proprio
sistema bancario è rappresentata dall’ultima vicenda che ha riguardato il Monte dei Paschi di Siena: ogni tentativo fatto per rimanere nelle regole europee si è rivelato inutile e aver
ritardato il salvataggio pubblico (perché di questo si tratta) non ha fatto altro che aggravare
il costo per l’intervento e aumentare le somme ritirate dalla banca. In più, il caso Mps ha
messo in luce come ci sia una “discrezionalità” sospetta sulla concessione del credito alle
imprese o ai privati: non si era scelto con grande enfasi di aderire alle regole rigide e
suicide di Basilea 2 (e non si dimentichi che c’è anche Basilea 3) per migliorare la qualità
del credito? Sorprende molte volte l’ottusità di chi fissa queste regole, dimenticando che il
buon credito lo fa soprattutto la capacità di riconoscere l’affidabilità degli imprenditori e
delle famiglie, al di là di ogni parametro numerico. Poiché l’Italia di buoni imprenditori e di
famiglie serie ne ha avuti e ne ha tantissimi, per favorire la crescita dell’economia reale,
occorre ridare vita al circuito prestito bancario-produzione-consumo. E in momenti difficili
come quello che stiamo vivendo occorre creare fondi pubblici di garanzia che spingano le
banche a concedere prestiti alle imprese ed alle famiglie, magari fissando massimali che
evitino furbizie di grandi imprese multinazionali, che invece possono offrire garanzie.
D’altra parte, anche quando lo Stato non si impegna in politiche tese a facilitare il credito
con sistemi di garanzia, o peggio assiste solo le grandi imprese, si trova poi a doversi far
carico dei non performing loan (le sofferenze bancarie) spesso causate da prestiti
discrezionali e di importo significativo. Interventi esemplari contro gli amministratori che si
sono resi responsabili di simili comportamenti sono indispensabili e salutari per ridare
credibilità ai nostri istituti bancari, mentre è evidente che le banche in crisi che vogliono
usufruire di aiuti finanziari pubblici, devono essere di fatto nazionalizzate, cedendo allo
Stato quote equivalenti all’aiuto erogato.
Un altro elemento di regolazione divenuto oramai non più procrastinabile è quello che
riguarda il tipo di banca che il nostro paese vuole adottare. Anche in questo caso sulla scia
di un ottimismo “europeista”, che potremmo definire eufemisticamente miope, si è deciso
di abbandonare il sistema italiano di separazione tra banca commerciale e istituto di medio
credito introdotto con la legislazione del ‘36 a favore del modello tedesco della banca
universale, che prevede l’unificazione in un’unica azienda delle diverse tipologie di credito
nonché di servizi di tipo parabancario e assicurativo, determinando una pericolosa
sovrapposizione di rischi di origine diversa. I fatti di questi ultimi mesi (si guardino le crisi
bancarie e la crescita delle sofferenze) dimostrano che la scelta non è stata vincente,
semmai c’è da chiedersi come mai in nessuno dei paesi di cultura anglosassone, che pure
fanno della finanza e delle banche il principale strumento di sviluppo economico, si sia
ipotizzato di lasciare il modello del gruppo polifunzionale. È necessario tornare a separare
l’attività bancaria basata sulla raccolta presso i risparmiatori mediante i conti correnti e
finalizzata ad erogare credito a breve termine, dalla raccolta a lungo termine per flussi di
impiego di lunga durata. Nessuno esclude che poi tali attività distinte appartengano ad un
medesimo gruppo e siano coordinati da uno stesso management, ma ciò che conta è che i
rischi inerenti le diverse attività siano separati e la crisi di uno non travolga anche l’altro.
In conclusione, senza voler immaginare un futuro sistema finanziario autoreferenziale,
anche perché questa ipotesi è esclusa dall’interdipendenza dei mercati, occorre che l’Italia
riprenda nelle sue mani le leve che permettono un funzionamento dell’economia finanziaria realmente al servizio dell’economia reale, della piena occupazione e degli
interessi dei cittadini.

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