Ci sono due strade per rispondere alle sfide della globalizzazione: aumentare
l’interdipendenza tra le Nazioni o ricostruire la loro sovranità. La sinistra e i neo-liberisti
credono nell’interdipendenza, fino a cancellare ogni forma di indipendenza nazionale. La
sinistra perché è da sempre malata di cosmopolitismo e di mondialismo, i neo-liberisti
perché vedono in ogni confine e in ogni appartenenza comunitaria un limite e una
distorsione della libertà del mercato. Per questo, l’ideologia neo-liberista sta trovando casa
sempre più a sinistra invece che a destra.

Le vecchie rivoluzioni liberiste di Reagan e della Thatcher trovavano il loro contrappeso in
uno spiccato nazionalismo, anzi erano concepite come uno strumento per rendere più forti
e competitive le rispettive nazioni. Il neo-liberismo vede invece negli Stati nazionali il
nemico principale, da mettere in condizione di non nuocere con progressive cessioni di sovranità a organismi sovranazionali o a meccanismi automatici e incontrollabili.

L’Onu, il Wto, il Fondo Monetario Internazionale, le aree di libero scambio, la stessa Unione
Europea, rispondono a questa logica di vincolare i popoli e le nazioni in una rete di
interdipendenza sempre più stretta e in un multilateralismo senza governo democratico.
La cornice valoriale è data dal pensiero unico e dal politicamente corretto, che vogliono
demonizzare e cancellare ogni identità, ogni appartenenza e ogni differenza. In realtà
dietro questa retorica umanitaria e buonista, si nascondono i forti interessi e i disegni
egemonici dei grandi poteri finanziari, delle multinazionali e di pochi Stati a malcelata
vocazione imperialista. Basta osservare le tendenze della distribuzione della ricchezza nel
mondo più avanzato, per constatare che le differenze economiche crescono
costantemente tra una massa popolare sempre più impoverita e ristrette élite
vergognosamente ricche.

Sul versante opposto, quello della rivendicazione della sovranità popolare e nazionale, si
stanno sempre più schierando le destre di tutto il mondo, accompagnate da spezzoni
crescenti di sinistra che riscoprono il valore sociale dell’appartenenza nazionale.
«Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione» scriveva Carl Schmitt in Teologia politica,
sconfessando tutte le teorie che vogliono delegittimare la Politica e la Democrazia
attraverso il falso automatismo e l’oscuro tecnicismo delle procedure. La sovranità – un
termine ancora poco conosciuto e compreso dal grande pubblico – è il valore centrale di
una politica che non vuole tradire gli interessi del Popolo.

Il legame tra sovranità democratica e sovranità nazionale è inscindibile: la vera
democrazia, come ci ha insegnato più di ogni altro Charles de Gaulle, non può non avere
una base nazionale, perché il Popolo può assumere decisioni consapevoli solo utilizzando
una lingua comune e in base alla memoria di una stessa tradizione storica e culturale. La
democrazia non si realizza nelle stanze ovattate delle traduzioni simultanee, attraverso
ragionamenti astratti da una concreta esperienza comunitaria. Così ragionano e decidono
le élite, non certo la grande massa della gente priva di specifiche conoscenze tecniche e
spesso di un’adeguata padronanza delle lingue internazionali.

Ecco perché le accuse di populismo si incrociano spesso con quelle di nazionalismo, da
parte di chi persegue una gestione tecnocratica e politicamente corretta della cosa
pubblica. Rinunciare all’identità e alla sovranità nazionale significa delegittimare
progressivamente anche la democrazia, che viene disinvoltamente confusa con la
demagogia populista.

Ma l’articolo 1 della Costituzione italiana parla chiaro: “L’Italia è una Repubblica fondata
sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo…” Come è già successo nel Referendum
costituzionale del 4 dicembre scorso, tocca alla destra difendere i principi fondamentali
della nostra Costituzione. Il sovranismo, ovvero la rivendicazione della piena sovranità
popolare e nazionale, è la bandiera di chi vuole riconsegnare al Popolo il destino della
Nazione, senza più nascondersi dietro l’alibi del “vincolo esterno”, ovvero l’idea che la
democrazia debba essere limitata e condizionata dai vincoli tecnocratici delle
organizzazioni sovranazionali.

La sovranità è indispensabile per garantire i diritti sociali e civili dei cittadini italiani, per
frenare e governare i flussi migratori, per garantire all’economia nazionale gli strumenti
necessari allo sviluppo e alla piena occupazione. Con uno slogan semplice inventato tanti
anni fa da Luciano Lucci Chiarissi, diciamo che vogliamo riprenderci“le chiavi di casa” per
legittimo orgoglio nazionale e per garantire il benessere e il futuro di tutti gli italiani.
La Sovranità si appoggia su un altro valore fondante, quello dell’Identità, che oggi è il vero
bersaglio delle demonizzazioni dal politically correct.

Abbiamo chiamato “Polo sovranista” quello che fino a qualche anno avremmo chiamato “Polo identitario” e che Marcello Veneziani già alla fine degli anni ’90 aveva definito il “Polo comunitario” contrapposto al “Polo liberal”, come naturale evoluzione dell’antica dicotomia tra Destra e Sinistra.

Identità, Comunità e Sovranità sono strettamente legate dal punto di vista politico: non può esistere una vera comunità che non derivi da un idem sentire, da una comune radice storica e culturale. Questo vale anche per le identità e le comunità nazionali, che per difendere la propria indipendenza, la propria libertà e il proprio benessere, devono poter esercitare pienamente la propria sovranità democratica.

Le identità comunitarie e nazionali sono oggi attaccate dalla globalizzazione, che cancella
le differenze, le qualità e le radici, costruendo un mondo piatto e omologato, perfettamente
standardizzato per il consumo di massa e lo sfruttamento planetario.

Se le identità nazionali un tempo si traducevano in un nazionalismo aggressivo, oggi si
devono esprimere attraverso il rispetto delle differenze,la sfida creativa e una grande
battaglia di civiltà contro la massificazione e l’omologazione.

In questa battaglia di civiltà c’è la difesa delle tradizioni culturali e religiose, la promozione
del patrimonio agroalimentare ed enogastronomico, la tutela dell’ambiente, del paesaggio
e dei beni culturali, nonché della lingua nazionale. Una battagliache impegna il popolo
italiano più di ogni altro. Non è una difesa puramente conservativa ma una valorizzazione
creativa proiettata verso il futuro. Senza i codici dell’identità è impossibile creare nuove
produzioni di qualità e di eccellenza: è l’antico paradigma del Made in Italy, che perde
forza nella misura in cui il nostro popolo smarrisce la propria identità e devasta il proprio
ambiente naturale e culturale.

L’identità e la qualità non possono prescindere dal “senso del limite”, che è difesa dei
confini territoriali, capacità di circoscrivere l’appartenenza, freno allo sf ruttamento e
all’espansione mercantilista, reazione all’edonismo e al consumismo, utilizzo responsabile
della tecnologia, sviluppo sostenibile e rispetto per l’ambiente. I l rispetto delle persone,
della cultura e dell’ambiente non è separabile dalla difesa delle appartenenze comunitarie
e nazionali: non è un caso che gli attacchi più gravi all’ambiente naturale, al patrimonio
culturale, ai diritti sociali e all’integrità anche genetica del vivente, provengano sempre più
da grandi corporation multinazionali e dagli interessi nella finanza internazionale.

C’è una battaglia simbolo nella difesa dell’identità nazionale: la reazione alla progressiva
scomparsa della lingua italiana. In nome di una presunta apertura internazionale che
vuoleestirpare ogni sentimento di identificazione culturale, l’italiano sta subendo un vero e
proprio tracollo a favore dell’imposizione sistematica della lingua inglese.

Nel 1994 i francesi si erano già accorti del pericolo di anglicizzazione a cui la loro lingua
era esposta e cercarono di porvi un freno con la Legge Toubon, che da allora rende
obbligatorio l’uso della lingua francese in tutti i rapporti di natura pubblica. Su questo
modello nel mese di ottobre è stata presentata, su iniziativa congiunta di Azione Nazionale
e dell’on. Fabrizio Di Stefano di Forza Italia, una proposta di legge sulla difesa della lingua
italiana: lo scopo è quello di salvaguardare il nostro patrimonio linguistico, in un’ ottica di
difesa dell’appartenenza culturale.

La comunicazione globale e le relazioni internazionali non possono e non debbono essere
un alibi per abbandonare la cultura nazionale, eppure in Italia oggi la “democrazia
nguistica”è sempre più compromessa. La crescente difficoltà nella comprensione di un
testo scritto in italiano che si riscontra tra la popolazione, è la naturale conseguenza non
solo dell’abbassamento del livello di istruzione scolastica ma del continuo attingere
dall’inglese termini già esistenti nella nostra lingua, ad esempio nomi di professioni o di
attività. A ciò si va ad aggiungere la scelta formativa, sempre più frequente, di impartire in
inglese materie curricolari come la storia e la geografia, nonché di veicolare in questa
ngua contenuti alti come quelli amministrativi, scientifici, mediatici, tecnologici e
recentemente anche legislativi (pensiamo alle denominazioni Jobs Act e Spending
Review).

La lingua italiana è il mezzo di espressione di tutta la produzione letteraria del nostro
Paese, e rientra a pieno titolo nel patrimonio storico e artistico che la Repubblica tutela
nella Costituzione; essa è la lingua ufficiale dell’Italia, la lingua dell’insegnamento, del
lavoro, degli scambi e dei servizi, il fondamento stesso della democrazia che si basa su
una comunicazione condivisa e facilmente accessibile a tutti. Se la lingua rappresenta in
qualche modo la griglia mentale di chi la parla, l’esasperato cosmopolitismo del nostro
tempo rischia di distruggere i nostri schemi di pensiero; perdere la capacità di esprimersi
nella propria lingua materna significa spogliarsi di ogni eredità tradizionale ed esporsi a
estinzione certa.

 

 

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