Maurilio di Giangregorio, ingegnere ed ex ufficiale degli alpini, ha scritto molti libri di storia locale ma non solo. Fra i più noti e apprezzati c’è quello in cui viene ricostruita la tragedia degli operai italiani nella miniera di Marcinelle. Tre mesi fa ha dato alle stampe un volume in cui rifà la storia dei terremoti all’Aquila dal 1300 al 2009. «Un libro asciutto, secco, duro» ha scritto il capo della protezione civile Guido Bertolaso nella prefazione. L’autore ha raccolto documenti che risalgono sino a 800 anni fa e che sono la testimonianza di una terra da sempre sconquassata dal sisma. In quel volume non si parla del terremoto della Maiella (la zona interessata è infatti in provincia di Chieti).
di Maurilio di Giangregorio

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Il 26 settembre del 1933, l’Abruzzo, fu interessato da un violento terremoto, al quale fu dato il nome di “Terremoto della Maiella”.

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LA STORIA 

In passato sempre nella stessa zona, con epicentro nella Maiella, il 3 novembre del 1706 si erano avute altre scosse con migliaia di vittime.

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IL SISMA

La mattina del 26 settembre 1933 ci fu una prima scossa alle ore 01:15, e una seconda, più forte, alle 03:11, sentita nei comuni delle province di Chieti, L’Aquila e Pescara. La terza, più potente, arrivò alle 04:33 e colpì maggiormente i paesi ubicati alle falde della Maiella. Fu classificata del IX grado della scala Mercalli cioè “distruttiva”. I danni maggiori si ebbero nei comuni di Lama dei Peligni, Taranta Peligna, Fara San Martino e Civitella Messer Raimondo, tutti ricadenti nella Valle del fiume Aventino. Rilevanti danni riportarono pure gli abitanti di Salle e alcune frazioni di Caramanico. I danni riportati dagli edifici furono ingenti, con numerosi crolli, ma il numero delle vittime fu limitato, anche perché le scosse precedenti fecero allontanare la popolazione dalle loro case. L’ospedale di Popoli composto da 17 vani, fu distrutto.

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I MORTI

I morti furono dodici, di cui due a Casalincontrada, sette a Lama dei Peligni e tre a Taranta Peligna. In definitiva furono 65 i comuni colpiti dal sisma parzialmente o totalmente danneggiati; di questi solo la metà potè beneficiare dei contributi concessi dallo Stato, avendo le Prefetture, in ottemperanza alle direttive del Ministero degli Interni, attuato una politica di rigore e senza tentennamenti nei confronti dei terremotati, ribadendo: «Che sia evitato il diffondersi dell’ingiustificato allarme nelle popolazioni, aggravando l’impressione del disastro. Devono evitarsi provvedimenti che vadano oltre lo stretto necessario».

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I SOCCORSI

Il Ministero dei Lavori Pubblici fu designato dal Governo a presiedere fin dal primo momento le operazioni di pronto soccorso e successivamente la ricostruzione post sisma. Questa decisione consentì di accelerare e semplificare le fasi di ricostruzione. Nelle operazioni di pronto soccorso, si pensò addirittura di ridurre il numero delle tende che il Genio Civile si apprestava a mettere a disposizione degli sfollati, evitando la realizzazione di «inutili baraccamenti che avrebbero, in qualche modo, disincentivato le popolazioni alla rapida ricostruzione dei propri alloggi».

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NUOVI ALLOGGI

Il Governo fascista evitò di ricorrere alle baracche o altro tipo di costruzione provvisoria, perché le riteneva di intralcio alla definitiva ricostruzione dei borghi colpiti e anche per evitare la riduzione delle condizioni igieniche e del tenore di vita delle famiglie che avrebbero dovuto occuparle. In seguito, mantenne sotto stretto controllo la ricostruzione, in linea con la politica totalitaria a cui era sottoposto il paese.

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I CONTRIBUTI

Alle amministrazioni comunali furono concessi inizialmente sostanziali contributi, maggiormente per la riparazione dei cimiteri e degli ossari, questo anche al fine di eliminare o impedire l’insorgere di epidemie. Alle abitazioni private e agli edifici pubblici fu concesso un contributo per la riparazione o ricostruzione nella misura del 50% della spesa, stimata dai tecnici del Genio Civile. In questa occasione fu applicato il Regio decreto del 16 ottobre 1933 numero 1334, che prevedeva l’adozione, nella ricostruzione, di un sistema antisismico con la tecnica del cemento armato.

Questo determinò un aumento di spesa per la realizzazione delle fondazioni e dell’intera costruzione rispetto al passato.
Il ministro dei Lavori Pubblici, Araldo di Crollalanza, dichiarò in parlamento che «i lavori necessari da eseguire erano di molto inferiori alle reali necessità del territorio», poiché si stava attraversando un momento di crisi economica, si rendeva impellente la riduzione delle spese per gli interventi straordinari.
La scarsità degli investimenti provocò un ristagno nel settore edile e nell’indotto, provocando l’allontanamento fuori regione delle attività di molte imprese locali, causando un considerevole aumento della disoccupazione.
Il decreto al fine di sollecitare una rapida riparazione degli immobili danneggiati previde un “premio di acceleramento” fino ad un massimo del 40% del contributo, pur di assicurare una rapida ripresa della normalità.

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LA RICOSTRUZIONE

L’opera di ricostruzione fu particolarmente difficile.
Bisognava infatti in brevissimo tempo provvedere al ricovero dei senza tetto prima dell’arrivo dell’inverno.
Nonostante le notevoli difficoltà, furono rese abitabili nel «cratere» circa 10.000 edifici lesionati. Su progetti predisposti dai tecnici del Genio Civile di Chieti, furono costruite le cosiddette «casette antisismiche», costituite da edifici in muratura su due livelli, con due alloggi al piano terra e due al piano superiore dotati di bagni, questo al fine di ridurre la densità della popolazione nei centri abitati.
Per contenere, inoltre, i costi di costruzione e ridurre al minimo l’impiego dei mezzi di trasporto, si cercò nei limiti del possibile di impiegare materiali, principalmente pietrame e mattoni, reperiti in prossimità delle zone colpite. I lavori iniziarono il 7 ottobre 1933, e i primi interventi si conclusero nella prima decade di novembre.
A Lama dei Peligni furono costruiti 100 vani, a Taranta Peligna 110, a Civitella Messer Raimondo 40 e a Salle del Littorio 112 vani ubicati in una zona nuova distante dal paese, tutto questo nonostante le difficoltà per la mancanza di acqua, la scarsità dei mezzi di trasporto, il difficile reclutamento della mano d’opera e la scarsità degli alloggi da mettere a disposizione delle maestranze.

I nuovi quartieri furono dotati di fognature, rete idrica, strade interne con marciapiedi e zanelle.

Le casette furono assegnate alle famiglie più bisognose che non avevano la possibilità di ricostruire le proprie abitazioni. Erano però tenute al pagamento di un canone d’affitto mensile al Comune, differenziato per numero, ampiezza ed esposizione dei locali.
Alle famiglie che versavano in stato di indigenza – su proposta del Podestà – il Prefetto decideva in merito all’esonero. Nel 1935 fu presentato dal ministro dei Lavori Pubblici un disegno di legge che fu approvato dalla Camera dei deputati. Con questa legge si introdusse la possibilità di erogare agli aventi diritto, durante il corso dei lavori, degli acconti a stati di avanzamento nella misura del 75% della spesa documentata in contabilità.

Il saldo veniva versato a lavori ultimati e collaudati entro dodici mesi dalla data di comunicazione della concessione del sussidio ed entro 18 mesi in caso di ricostruzione.
Dal Ministero dei Lavori pubblici fu messa a disposizione una somma consistente pari a 319.238.000 lire. La ricostruzione post sismica migliorò le condizioni abitative delle famiglie con alloggi più igienici e stabili.

L’ECONOMIA

L’economia locale, in grave difficoltà a causa della crisi del 1929, riprese con vigore, anche perché le imprese edili che realizzarono le opere erano tutte locali con sede nelle province di Chieti e Pescara. Il ricorso a ditte di fuori regione per le riparazioni delle abitazioni private fu molto ridotto. Di colpo si azzerò la disoccupazione.

Il Governo fascista, nella politica di ricostruzione, privilegiò quindi la riedificazione dei fabbricati civili, destinando ad essi la gran parte delle risorse finanziarie, a scapito del settore produttivo molto compromesso dal sisma.
Questa politica, al momento acquietò e rassicurò l’opinione pubblica. Solo in seguito finanziò interventi nei settori agricolo, commerciale e manifatturiero, che per la loro importanza sociale ed economica, avrebbero dovuto avere diverso interessamento, perché senz’altro avrebbero dato impulso notevole alla ripresa economica delle zone terremotate.

da: http://ricerca.gelocal.it/ilcentro/archivio/ilcentro/2009/12/29/CX6PO_CX601.html

SALLE

Il centro di Salle, a circa m. 900 sul versante orientale del Morrone alla sinistra del torrente Orta, è abbandonato a causa di ripetuti terremoti, frane e alluvioni e trasferito a m. 450 s.l.m. a partire dal 1933. L’originario toponimo è di origine longobarda e vuol dire luogo d’incontro. Il sito ha una posizione chiave nell’ambito della zona controllata dal monastero di S. Clemente a Casauria. Il Chronicon casauriense cita Salle nel 990. Nel XII sec. il Morrone è considerato una miniera di legna per l’abbazia benedettina. La fondazione di Salle del Littorio, oggi Salle Nuova, nella val Pescara è strettamente connessa ai terremoti del 1915 e poi del 1933 ed ai conseguenti sistemi franosi che costringono i suoi abitanti ad abbandonare l’originario nucleo altomedievale di Salle Vecchia. In particolare, già nel maggio 1915 una disastrosa frana copre una parte consistente del paese e porta l’amministrazione comunale a realizzare delle ‘briglie’, ossia mura di contenimento a protezione degli edifici posti sul bordo della frana. In base alla legge del 9 luglio 1908 n. 445 Salle viene inclusa tra i comuni da spostare in altra località a totale carico dello Stato. Il nuovo centro composto di 36 edifici sorge a partire dal 1933 nella contrada Colle, più a valle del monte Morrone e a ridosso del fiume Orta, su di una superficie di circa mq 5.000 (2.000 occupati dal sistema stradale interno). Pianificato in sintonia con le più note e discusse esperienze delle città e dei borghi agricoli della bonifica pontina, l’impianto di Salle Nuova si articola su un preciso disegno urbanistico lungo l’asse nord-est – sud-ovest, tracciato dalla via dell’Impero e dalla sequenza prospettica di due piazze allungate, per poi allargarsi verso est. L’edilizia residenziale, fatta di semplici case a due piani, ricostruite con i sussidi concessi ai proprietari delle abitazioni distrutte, si dispiega lungo e ortogonalmente gli assi ordinatori su lotti di piccole dimensioni. Sul sistema delle due piazze, poste su leggero declivio e costeggiate dalla via IV Novembre e da via della Libertà, si impongono le opere pubbliche del regime. La via dell’Impero sbocca, infatti, nella prima piazza, di forma quadrata, aperta sul fronte del municipio; al di là di questo, si estende la centrale piazza allungata, che ha come fondale la chiesa ed alla metà, la scuola. I disegni di progetto e i capitolati d’appalto dei tre edifici sono redatti tra il 1936 ed il 1937 e sottoscritti dall’ingegnere capo del Genio Civile Alberto de Romanis, il quale firmò anche i contratti di cottimo fiduciario con gli appaltatori di opere pubbliche Augusto Ponzi di Pizzoli (AQ), per la costruzione della Casa comunale ed Ernesto De Lellis di Loreto Aprutino (PE), per l’edificazione della scuola. I lavori sono ufficialmente conclusi tra la fine del 1936 e gli inizi dell’anno seguente.

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