“Per il vizio dell’individualismo le cose si trovano ridotte a tal punto, che abbattuta e quasi estinta l’antica ricca forma di vita sociale, svoltasi un tempo mediante un complesso di associazioni diverse, restano di fronte quasi soli gli individui e lo Stato. E siffatta deformazione dell’ordine sociale reca non piccolo danno allo Stato medesimo, sul quale vengono a ricadere tutti i pesi, che quelle distrutte corporazioni non possono più portare, onde si trova oppresso da un’infinità di carichi e di affari.” (Quadrigesimo anno,15 maggio 1931, Papa Pio XI) Non è possibile parlare di famiglia nell’attuale quadro storico e politico senza riprendere questo passaggio della Dottrina sociale della Chiesa che fonda la sua proposta “politica” sul principio di sussidiarietà, ovvero sull’assioma secondo cui le comunità naturali in cui si articola la società non discendono dallo Stato ma ad esso preesistono. Per questo lo Stato e gli Enti Locali devono rispettare l’autonomia della società civile e lasciare ad essa la libertà di intervenire prioritariamente in tutti i campi della solidarietà sociale. Questo vale innanzitutto per la Famiglia. La Costituzione Repubblicana si limita a “riconoscere la famiglia”, non la istituisce né la disciplina, ma la accetta come comunità naturale fondata sul matrimonio. Le Istituzioni devono riconoscere la famiglia per quella che è, proteggerla contro tutti i suoi nemici, rimuovendo dall’ambiente pubblico ogni elemento che contrasti con il compimento della sua missione, sostenerla nell’adempimento dei suoi doveri e in caso di necessità supplire alle sue debolezze e mancanze. La difesa della famiglia, se non vuole essere un mero enunciato ideologico, deve anche essere attuata dal punto di vista economico-fiscale. Nella determinazione del carico fiscale deve essere applicato il principio del “quoziente familiare”, secondo il quale il reddito imponibile deve essere determinato in base alla composizione del nucleo familiare, dato che la ricchezza di una famiglia, a parità di reddito formale, si riduce sostanzialmente con l’aumentare dei componenti della stessa. La famiglia è la società naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna ed è questa l’unica forma di vincolo familiare che riconosciamo e difendiamo in termine di valore.

Ma, dato che la sinistra e i suoi alleati di governo con la Legge Cirinnà sono giunti a normare i matrimoni omosessuali sotto la definizione di “unioni civili” ed hanno offerto 46 una figura giuridica anche per le “convivenze di fatto”, quello che oggi bisogna prioritariamente contrastare è la tendenza ad equiparare i diritti di queste unioni, compresi quelli relativi alla genitorialità, a quelli delle famiglie fondate sul matrimonio. Il processo di privatizzazione dei rapporti familiari, trova infatti un ulteriore allargamento nella richiesta, sempre più pressante da parte della cultura progressista, di introdurre nel nostro ordinamento pratiche che, sotto il nome di “stepchild adoption”, nascondono il malcelato desiderio di procedere alla mercificazione dell’utero e alla commercializzazione della vita. Tale prassi, oltre ad essere in totale contrasto con i principi costituzionali, rischia di produrre delle vere e proprie fabbriche di bambini, dove donne provenienti da Paesi in via di sviluppo o appartenenti agli strati più umili della società vengono strumentalizzate da coloro che hanno le condizioni economiche per poter acquisire i loro servigi. Il contrasto ad ogni ipotesi di commercializzazione dell’utero, di utero in affitto e di gravidanza da condurre per conto terzi deve essere centrale nella battaglia politica. Non esiste il diritto di avere un figlio, né tantomeno di acquistarlo, esiste il diritto del figlio ad avere una famiglia. È necessario ricordare che la Legge 40 che proibiva la fecondazione eterologa, ha superato la prova di un referendum abrogativo e quindi non può essere modificata né a colpi di sentenze della Magistratura, né con azioni legislative che non tengano conto della volontà popolare. Il diritto alla vita e la tutela della sua sacralità dal concepimento fino alla morte naturale non può limitarsi soltanto ad un mero enunciato, ma deve completarsi nella realizzazione di concrete politiche economiche e sociali.

Le politiche a favore della natalità devono consentire ad ogni donna di poter scegliere di essere madre senza essere condizionata dalla sua situazione economica e sociale, anche con l’istituzione di idonee misure di tutela e di assistenza sia per le donne lavoratrici sia per quelle che versano in condizioni di disagio economico. In questo quadro bisogna giungere all’effettiva realizzazione di quanto previsto nella legge per contrastare l’aborto come mezzo di controllo delle nascite e per ribadire il valore sociale della maternità, imponendo alle strutture pubbliche di agire prioritariamente per superare le condizioni che potrebbero condurre all’aborto.

Questa parte della legge 194/78 non è mai stata attuata, trasformando spesso l’attività dei consultori da un sostegno alla maternità a uno strumento di propaganda abortista. Parimenti va tutelato il diritto del medico obiettore di coscienza a non praticare l’aborto per motivi etici e religiosi, perché ogni visione dello Stato che imponga alla persona di entrare in conflitto fra l’osservanza della legge e il rispetto per la propria coscienza, nasconde una visione totalitaria della politica che non può essere accettata. La difesa della sacralità della vita deve impedire ogni forma di legalizzazione di eutanasia e di morte medicalmente assistita. Compito dello Stato è quello di aiutare gli ammalati e le famiglie di chi vive condizioni di salute difficili ad affrontare serenamente queste contingenze, non quello di accettare l’eliminazione dei soggetti più deboli della società.

Particolare attenzione va dedicata alle persone con disabilità e agli anziani non autosufficienti attraverso il potenziamento del sistema socio-sanitario a sostegno delle famiglie. L’obiettivo è riportare al centro dell’attenzione tali persone anche attraverso un “Piano straordinario per la disabilità e per i non autosufficienti”,sostenendo le famiglie nell’assistenza domiciliare e le strutture specializzate per la loro accoglienza. Accanto alla difesa della vita va posta la difesa della genitorialità, anche nei momenti di crisi familiare come nei casi di separazione e divorzio. Ad oggi il diritto di famiglia e le decisioni della magistratura hanno ridotto il ruolo del padre separato a quello di semplice genitore-bancomat, spesso distrutto sotto il profilo economico e allontanato dalla vita dei figli che, contestualmente, perdono il diritto di avere un rapporto reale e proficuo con il padre. Il dramma dei padri separati non trova nessuna voce nel dibattito politico ma non può essere trascurato. È necessario, pertanto, ribadire che quella paterna, anche nei casi di separazione e divorzio, non è una figura secondaria nell’educazione della prole. Per questobisogna procedere a modificare i criteri di assegnazione della casa familiare e di assunzione delle responsabilità economiche, garantendo la piena partecipazione dei padri separati alla crescita e all’educazione dei propri figli, ribaltando quanto accade oggi nei casi di disgregazione della famiglia, dove ogni decisione in ordine all’educazione della prole è assunta esclusivamente dalla madre. Il compito educativo della famiglia è un compito primario perché discende dalla sua stessa natura e non può essere svolto da nessun altro. In questo senso, compito dello Stato è soltanto quello di rimuovere gli ostacoli che impediscono il mantenimento e l’educazione della prole e non sostituirsi ad essa. Sotto questo punto di vista è necessario consentire anche agli studenti meno abbienti di accedere all’istruzione privata, garantendo la libertà di scelta e l’autonomia della famiglia e rimuovendo ogni ostacolo di ordine economico. In questo quadro è necessario ribadire che nessuna educazione “gender” può essere imposta nelle scuole, non essendo compito dell’istituzione scolastica interferire nell’educazione sessuale degli studenti che deve rimanere prerogativa delle singole famiglie. Prima ancora che ai partiti e ai movimenti politici, noi riconosciamo al popolo del “family day” la titolarità di queste grandi battaglie. Non abbiamo dimenticato i due milioni di persone che si sono spontaneamente riunite al Circo Massimo poco più di un anno fa e siamo convinti che lo slogan “ce ne ricorderemo” lanciato contro il Governo Renzi sia stato determinate per vincere la battaglia referendaria del dicembre scorso. Per questo ci auguriamo che questo popolo gentile e determinato non si divida, non si faccia strumentalizzare da nessuna parte politica e continui ad operare con continuità per difendere i valori non negoziabili della nostra comunità nazionale. Crediamo che due debbano essere gli impegni del Polo sovranista nei confronti di questa grande realtà. Il primo è quello di ascoltare e supportare le battaglie del popolo del “family day” con spirito di servizio e senza intenti strumentali. Il secondo è quello di aprire un grande dibattito culturale e politico per superare ogni residuo di diffidenza che il mondo cattolico mantiene nei confronti dei principi e delle rivendicazioni sovraniste.

Non c’è difesa della sussidiarietà e della solidarietà sociale senza una rivendicazione di sovranità 48 nazionale e popolare: c’è un fronte comune da costruire contro l’incedere della tecnocrazia e dei grandi poteri finanziari, contro la cultura neo-liberista e progressista, contro le menzogne umanitarie del politicamente corretto. Il valore delle persona, delle famiglie e delle comunità è inscindibilmente legato – come ci ha insegnato Papa Wojtyla – a quello delle identità nazionali. E come il comunismo sovietico fu sconfitto dalle bandiere nazionali e dalla fede religiosa che risorgevano insieme, così sarà ancora questa profonda identità popolare a vincere la sfida contro i poteri forti della globalizzazione.

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