Nel breve volgere di un anno è diventato realtà quello che per molto tempo era sembrato
poco più che un sogno: il centrodestra italiano ha recuperato la sua unità e quindi la capacità di competere in modo vincente nello scenario politico. Dopo quasi cinque anni di divisioni e conflitti, dopo due governi (Monti e Letta) nati sulla divisione tra Lega
e Berlusconi, dopo il Patto del Nazareno, dopo aver consegnato Roma ai grillini, siamo dovuti arrivare al referendum sulla Riforma costituzionale di Matteo Renzi per rivedere finalmente un centrodestra coeso e determinato a sconfiggere la sinistra.

Dalla consultazione referendaria del 4 dicembre 2016 questa ritrovata unità ha continuato a
dispiegarsi in un modo vincente su altri importanti appuntamenti. La Legge sullo Ius Soli è
stata fino ad ora fermata da una mobilitazione che va dall’estrema destra fino agli esponenti più moderati dell’opposizione a Gentiloni. Ancora, un centrodestra unito dall’Udc fino alla Lega ha portato prima alla conquista di molti municipi importanti come quello di Genova e poi all’elezione di Nello Musumeci a Presidente della Sicilia. Anche su una battaglia difficile come il blocco dell’applicazione della Direttiva Bolkestein non ci sono state divisioni, nonostante le suggestioni liberiste che questa direttiva può evocare. Stesso discorso per la Legge sul Fine Vita e per la Legge Fiano.
Questo non significa certo aver superato tutti i problemi. Sui cruciali temi dell’Unione Europea e della Globalizzazione le posizioni rimangono distanti, come dimostrano le divisioni sulla ratifica del CETA e sull’elezione di Antonio Tajani a Presidente del Parlamento europeo.

Persiste quindi all’interno della coalizione una divaricazione e una competizione tra
il “Polo identitario e sovranista” e il “Polo liberal-popolare” (aderente al PPE) e questo
spiega perché andremo alle prossime elezioni senza l’indicazione di un unico candidato Premier.

Sulla necessità di contemperare unità e competizione interna è stata costruita una legge
elettorale, il Rosatellum, che potremmo definire un “maggioritario a bassa intensità”, visto
che non appare possibile utilizzare la strada maestra delle Primarie per dirimere in modo
trasparente e partecipato i conflitti interni alla nostra coalizione.
Un discorso a parte va fatto su Fratelli d’Italia. Se il conflitto tra Lega e Forza Italia ha,
come abbiamo visto, una sua dignità politica e culturale, la terza forza dello schieramento
di centrodestra cerca in ogni modo di ritagliarsi un proprio spazio autonomo tra i due poli
in competizione.

Oltre ad aver contribuito con atteggiamenti chiusi e settari alla sconfitta del centrodestra alle elezioni per il Comune di Roma Capitale e a quelle per il X Municipio di Ostia, Fdi ha enfatizzato le proprie riserve contro i Referendum per l’autonomia della Lombardia e del Veneto, smentendo peraltro i propri dirigenti locali impegnati insieme a tutto il centrodestra per la vittoria del Sì. Anche sull’approvazione della Legge elettorale Giorgia Meloni e i suoi dirigenti si sono chiamati fuori, facendo il verso alle proteste grilline e mettendo in difficoltà gli altri partner della coalizione. Unico merito di questo atteggiamento esclusivista: quello di essere stato il primo partito del centrodestra – dopo il Movimento Nazionale – a schierarsi apertamente a fianco di Nello Musumeci.

In sintesi dobbiamo preservare l’unità del centrodestra: nello scenario tripolare della politica italiana non c’è spazio per dividersi, inseguendo solo l’opzione moderata o solo quella populista.

Un Partito Democratico molto spostato al centro toglie terreno ai liberal-popolari,
mentre il Movimento 5 Stelle sottrae troppi voti di protesta al populismo identitario
e al movimentismo sovranista.

Non basta essere uniti, per vincere bisogna essere inclusivi ed aggreganti. Nessuna forza
politica realmente alternativa alla sinistra deve essere lasciata fuori dalla coalizione, dando
dignità e rappresentanza anche alla miriade di liste civiche che si sono formate in questi
anni di diaspora del centrodestra. I tre partiti principali non sono sufficienti, soprattutto
se l’obiettivo non è solo quello di superare gli altri due schieramenti, ma soprattutto
quello di avere la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera e al Senato. È bene
quindi che si stia lavorando per raccogliere tutti i movimenti e gli esponenti politici realmente alternativi a Renzi e a Grillo, mentre Forza Italia, la Lega e Fdi devono aprire le proprie liste agli apporti civici e politici che gli sono affini.

Ma proprio perché l’unità del centrodestra è necessaria, è altrettanto fondamentale
compiere una chiara scelta di campo all’interno della coalizione. Per non rimanere imprigionati in compromessi al ribasso e soprattutto per poter esprimere
quelle scelte forti e coerenti che sono necessarie a salvare l’Italia.

Non si può navigare a vista, come tante volte è accaduto al centrodestra della seconda Repubblica.

Ecco perché il Movimento Nazionale per la Sovranità non si può accontentare di ritagliarsi
un proprio piccolo ruolo, né di inseguire ad ogni costo l’antico obiettivo dell’unità di tutta la
destra. Ed ecco perché tante comunità militanti provenienti dalla destra si sono ritrovate nel Fronte Identitario per incidere positivamente negli equilibri del centrodestra.
Noi dobbiamo schierarci apertamente sul versante identitario e sovranista, per contribuire da protagonisti alla sua affermazione all’interno di un centrodestra unito e
vincente. D’altra parte questo obiettivo era già chiaramente indicato nelle Tesi del Congresso di fondazione del MNS del febbraio scorso, un documento non a caso intitolato
“Verso il Polo sovranista”.

“Oggi con questo Congresso di fondazione ci poniamo un obiettivo ulteriore e ancora più
ambizioso della costruzione della Casa comune della destra: la nascita di un Polo sovranista
che sappia raccogliere tutte le forze che, al di là dei vecchi schemi della politica, sono
pronte ad affrontare la grande battaglia per restituire all’Italia la sovranità popolare e
l’indipendenza nazionale. Oltre alla destra sommersa ci sono tanti elettori che si sono rifugiati nell’astensionismo o nella illusoria protesta del Movimento 5 Stelle, o che ripiegano delusi da vecchie appartenenze di sinistra, che aspettano un messaggio nuovo e veramente coraggioso.

A tutti questi italiani dobbiamo parlare con un linguaggio semplice e responsabile di un sogno di riscatto, di rinascita, di lavoro comune, per portare l’Italia fuori da questa
interminabile crisi e da ogni destino di declino.” Così era scritto nel primo Capitolo di quel
Documento approvato all’unanimità dai congressisti del MNS il 19 febbraio 2017.
Su questa strada l’MNS si è incontrato con le comunità militanti che compongono il Fronte
Identitario, alcune delle quali appartengono alla Lega Nord o provengono dalle più diverse
esperienze politiche, mantenendo però una chiara connotazione di Destra comunitaria e
identitaria. Questo dimostra che l’obiettivo di raccogliere la Destra diffusa e sommersa non
è stato abbandonato o disatteso, ma finalizzato ad una chiara scelta di campo all’interno
del centrodestra.

Questa scelta di campo ci porta inevitabilmente a guardare alla Lega di Matteo Salvini,
come la forza politica “identitaria e sovranista” di gran lunga più grande e strutturata.
Ci sono ancora molte evoluzioni e integrazioni che questa forza politica deve rapidamente
compiere in vista delle prossime elezioni politiche, e noi vogliamo contribuire creativamente
a questo progetto. Non consegniamo deleghe in bianco a nessuno e ci confronteremo a
schiena dritta con mondi che provengono da storie politiche diverse dalle nostre.
Però va riconosciuto a Matteo Salvini e alla sua classe dirigente un coraggio politico
e una capacità di visione non comuni nell’aver portato la Lega Nord fuori dalle vecchie logiche nordiste e secessioniste, verso un orizzonte identitario e sovranista.

La Lega ha  cancellato la “limitazione Nord” dalla sua lista elettorale e dal suo programma, in modo da parlare a tutti gli italiani in nome dei valori della sovranità nazionale e popolare, senza i quali anche l’autonomia dei territori e le istanze federaliste vengono schiacciate dalle dinamiche perverse della Globalizzazione.

Questa è la prospettiva su cui il Movimento Nazionale e il Fronte Identitario si stanno muovendo all’interno di un centrodestra unito: contribuire a costruire quel Polo Identitario e Sovranista che non può non riconoscersi nella battaglia per “Salvini premier”.

C’è anche un motivo molto semplice e perfino banale per puntare sulla leadership di Matteo
Salvini: una Lega che cresce sopra il 20% è la migliore garanzia per scongiurare il
pericolo di un ritorno alle larghe intese.

Sopra questa soglia mancano materialmente i voti parlamentari per costruire una maggioranza trasversale fondata sui “moderati” del centrodestra e del centrosinistra. Far vincere il Polo Sovranista significa cambiare il baricentro stesso del nostro schieramento: andare oltre il centrodestra classico per puntare alla più ampia aggregazione di tutti coloro che vogliono liberare il popolo italiano da ogni sudditanza in Europa e nella Globalizzazione.
È evidente che la competizione interna al centrodestra non può prescindere dall’individuazione di una piattaforma unitaria valida per tutto lo schieramento.

Si tratta di definire il “perimetro” entro cui le diverse forze potranno sfidarsi per rendere prevalente il proprio orientamento, senza per questo cancellare l’apporto programmatico di chi uscirà sconfitto.

 

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