La Legge 107, detta “Buona Scuola”, ha definitivamente sancito la fine del sistema scolastico italiano. La nuova figura del preside-manager ha segnato lo spartiacque tra quella che era un’istituzione statale e la nuova veste della scuola come azienda. La logica dei tagli indiscriminati viaggia di pari passo con la possibilità, accordata agli istituti, di accettare donazioni da privati, con il rischio di minare fortemente l’autonomia dell’istituzione pubblica e creare inoltre un divario incolmabile tra scuole di periferia e scuole d’élite; allo stesso tempo, l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro sottrae una quantità ingente di ore alla didattica per fornire manodopera gratuita alle aziende che si offriranno di ospitare gli studenti per il lasso di tempo previsto dalle direttive ministeriali. Sul piano occupazionale, per migliaia di insegnanti precari sfuma la prospettiva dell’assunzione: il nuovo reclutamento tramite concorso cancella di fatto la validità delle graduatorie finora in vigore, istituendo una selezione inefficace sia sul piano qualitativo (nessun concorso può valutare la professionalità) che su quello quantitativo (i posti messi a bando non coprono mai il fabbisogno nazionale); la 107 plasma quindi una nuova, disperata figura, quella dell’insegnante a tempo, sottoposta alle spietate logiche liberiste che oggi incalzano il mondo del lavoro. Peraltro, la possibilità concessa ai dirigenti scolastici di non rispettare l’ordine di graduatoria per il conferimento delle supplenze ed effettuare invece chiamate dirette in barba ad ogni criterio di trasparenza continua ad avere dubbie connotazioni, soprattutto per quanto riguarda i criteri, ad oggi assai nebulosi. Oscuri appaiono anche i parametri in base ai quali il dirigente scolastico e un comitato a lui affine erogheranno ad alcuni insegnanti il cosiddetto “bonus per il merito” decantato nella riforma. Il risultato è una qualità educativa pessima: i programmi didattici appaiono ormai scevri di ogni approfondimento, soprattutto alla luce delle scelte ministeriali di proporre sperimentalmente l’insegnamento in lingua straniera di materie umanistiche come la storia e la geografia, le quali diventano quindi un mero sommario di ciò che è sempre stato invece il punto di partenza per la formazione della coscienza civica del cittadino. Gravissime ripercussioni sociali le ha avute anche l’imposizione della mobilità del personale docente sull’intero territorio nazionale: l’idea che intere famiglie debbano dividersi da Nord a Sud pur di non perdere l’assunzione non sembra proprio collimare con la volontà di preservare il nucleo familiare quale cellula della società. A completare il quadro, un malessere diffuso tra i docenti, che si trovano senza alcuna tutela a  fronteggiare le crescenti vessazioni da parte di un’utenza che non riconosce più alcuna autorità, né genitoriale né tantomeno scolastica, complice anche l’inarrestabile ascesa delle droghe leggere e dei modelli comportamentali piuttosto fuori dalle righe spesso promossi dai mass media. Di fronte a codesto scenario, appare drammaticamente difficile che la scuola possa continuare a svolgere un vero ruolo educativo. La “Buona Scuola”, fucina di precariato e cultura a singhiozzi, deve essere assolutamente abolita. Lo Stato deve decidersi ad investire seriamente sull’istruzione, innanzitutto ripristinando le cattedre che di anno in anno, soprattutto al Sud, sono state cancellate a causa dei tagli indiscriminati, e trovando una modalità d’assunzione che permetta l’assorbimento progressivo dei precari secondo graduatoria. In ambito strettamente curriculare va rivista l’alternanza scuola-lavoro, prassi che si configura come mero apprendistato a costo zero piuttosto che come acquisizione di ulteriori competenze, così come bisognerà riequilibrare la didattica dal punto di vista delle materie, che vedono un’importante penalizzazione in ambito umanistico: un forte incentivo alla scrittura creativa e ai laboratori di cultura e letteratura riporterebbe la scuola alla sua dimensione educativa, soprattutto dal punto di vista della formazione della coscienza civica. Anche la scelta governativa di eliminare dal 2018 il criterio della sufficienza in tutte le materie per accedere all’esame di maturità (basterà la media del 6 per essere ammessi), va esattamente nella direzione di un ulteriore arretramento della meritocrazia nella scuola e suggerisce simbolicamente che stiamo puntando al ribasso, quando invece dovremmo valorizzare il merito negli studenti e nei docenti. Infine non vogliano rinunciare all’obiettivo di garantire la libertà educativa delle famiglie. La legge dello Stato individua la scuola pubblica come l’insieme delle scuole comunali e statali e delle scuole paritarie. Questo insieme rappresenta la libertà di scelta educativa, cardine di un’offerta che, essendo complementare, si traduce in una positiva modalità di confronto fra differenti istituzioni scolastiche. Inoltre le scuole paritarie rappresentano in centinaia di comuni l’unica offerta didattica per le scuole dell’infanzia. Il vero limite della nostra legislazione è che le spese sostenute dalle famiglie che utilizzano scuole paritarie non sono, se non per una cifra modestissima, deducibili dalle imposte, nonostante le scuole paritarie rappresentino un sostanziale risparmio per le casse dello stato. Sull’educazione post-secondaria, invece, vanno fatte alcune considerazioni specifiche, in ordine agli obiettivi che si vuole dare il Paese. L’Università andrebbe sburocratizzata integralmente e riportata alla sua funzione di promotrice della cultura nazionale nel mondo, dotandola di uno strumento che affianchi il sistema universitario nei suoi compiti di promozione all’estero. È necessario, anche per rispondere alle sfide delle nuove relazioni internazionali post-globali, non perdere la battaglia per le risorse umane. Va sviluppata una strategia di attrazione dei migliori ricercatori rafforzando i nostri poli di eccellenza, e va contrastato il processo di dispersione dei nostri studiosi sparsi nel mondo. L’università deve tornare ad essere il luogo di formazione al lavoro e non la “tribuna” per professori sempre più politicizzati e autoreferenziali. Passaggio indispensabile per tornare ad un simile sistema universitario è la revisione dei criteri di assegnazione delle risorse per il funzionamento degli atenei: attualmente ciò che conta di più è il semplice rapporto tra 50 iscritti e laureati, assestando così un colpo mortale alla qualità degli studi. Si dovrebbe invece legare le somme erogate al numero di laureati assunti ed alla qualità della ricerca. A riprova di questo si consideri lo sviluppo rapidissimo avuto dalle università telematiche e da quelle private. Un altro obiettivo strategico è quello di adeguare il nostro sistema della formazione professionale, riprogettandola sul modello delle Fachhochschule tedesche. Per decenni l’istruzione italiana si è fondata su una separazione rigida e gerarchica tra studio e lavoro, teoria e pratica, sulla base di un pregiudizio sostanzialmente ostile al lavoro manuale. Forse è invece giunto il momento di riprendere la nostra tradizione artigiana e manifatturiera, cominciando dal livello più elevato dell’istruzione. A questo scopo, è necessario dotarsi di una formazione tecnica superiore che eroghi titoli di studio equiparati a quelli universitari di primo livello e che prepari tecnici di alto profilo in diversi settori produttivi.

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