La seconda Repubblica nacque in un quadro internazionale che andava ridisegnandosi
dopo la caduta del Muro di Berlino, che aveva segnato la fine del bipolarismo mondiale tra
Usa ed Urss; in Italia un sistema di potere cinquantennale crollava sotto la spinta delle
inchieste di “mani pulite” mentre emergeva la richiesta di rinnovamento della politica e la
ricerca di un nuovo modello istituzionale. La globalizzazione era appena agli albori, la Cina
ancora lontana, la centralità dell’Occidente fuori discussione.

Il centrodestra europeo di quegli anni si muoveva sotto l’influenza delle rivoluzioni liberiste
di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, rappresentando la rivolta dei ceti più dinamici
contro i pesanti apparati burocratici che si erano stratificati all’ombra del socialismo reale e
delle socialdemocrazie europee. Toccò ad un personaggio fuori dal comune come Silvio
Berlusconi incarnare in Italia questa spinta, raccogliendo attorno a sé tendenze diverse e
fino a quel momento conflittuali: la destra di Alleanza Nazionale, il federalismo
secessionista della Lega Nord, l’ala liberal-popolare della vecchia Dc, la società civile e i
reduci del socialismo riformista in Forza Italia.

La destra arrivò a quell’appuntamento forte di un grande orgogli o morale (quello di essere
uscita indenne e vincente da Tangentopoli) e di significativi successi elettorali, come la
performance di Gianfranco Fini alle elezioni comunali di Roma del 1993, percependo la
necessità di una revisione culturale e programmatica che si rendeva necessaria in quel
cambio d’epoca.

Il passaggio dal Msi ad Alleanza Nazionale, sancito nello storico Congresso di Fiuggi del 1995, rappresentò una svolta salutare per offrire una destra di governo all’Italia.

Ma, a cose fatte, oggi si può forse dire che quell’operazione peccò di superficialità e di troppo pragmatismo, tanto da non riuscire a valorizzare adeguatamente i grandi e preziosi contenuti culturali che provenivano dall’eredità missina o dagli apporti di
cultura cattolica e di tradizione risorgimentale che furono parte della nascita di An.

La destra politica e sociale riuscì a svolgere una funzione di freno tanto verso gli eccessi
liberisti e libertari, quanto verso quelli federalisti e “post-secessionisti” che emergevano dal
composito schieramento che diede vita ai governi Berlusconi, ma spesso non riuscì a dare
un contributo originale e determinante al cambiamento in atto. Proprio il Partito che, per le
sue radici doveva portare i più importanti contenuti rivoluzionari, finì per caratterizzarsi
principalmente sul versante della responsabilità istituzionale e della moderazione sociale.
Chi sintetizza brutalmente questo esito parlando di “fallimento” è pregato, però, di fare dei
paragoni obiettivi: Alleanza Nazionale, fin quando è esistita, ha rappresentato una
formazione politica spesso più credibile degli altri alleati del centrodestra. Allo stesso
modo i Governi Berlusconi, pur tra mille difficoltà e contraddizioni, hanno prodotto per gli
Italiani risultati certamente migliori di quelli dei governi Prodi, Monti e Renzi.

Eppure i contenuti più profondi della destra nazionale e popolare, l’enorme giacimento culturale che sta dietro alla nostra esperienza storica, l’alternativa al sistema di Giorgio
Almirante, Pino Rauti, Pino Romualdi, Beppe Niccolai e Giano Accame, tornarono ad
emergere nella loro sconcertante attualità in un anno fatale come il 2001.

Fu l’anno dell’attacco alle Torri Gemelle e dell’entrata della Cina nel Wto: il trionfo della
globalizzazione commerciale e finanziaria, contrapposto all’esplodere di nuovi drammatici
conflitti nella storia dell’Umanità. Già in quel momento – molto prima dell’inizio della crisi
economica con il fallimento della Lehman Brothers, dell’arrivo del terrore fondament alista
in Europa e del dilagare dei flussi migratori grazie alle equivoche “primavere arabe” – si
doveva capire che l’ideologia neo-liberista e il pensiero unico mondialista ci stavano
conducendo in un drammatico vicolo cieco.

L’esperienza della destra politica della seconda Repubblica ha preso una china
discendente quando, impegnata nel fronteggiare le emergenze di governo, ha lasciato
scivolare in secondo piano l’elaborazione culturale, la spinta all’innovazione, il dibattito, la
partecipazione, tutte sostituite dalla cultura del leaderismo. Di qui al partito unico, fondato
frettolosamente e senza partecipazione democratica, il passo è stato breve, così come la
corsa a rendersi compatibile con il politically correct per fare ingresso nell’ampia
aggregazione del Partito Popolare Europeo (che in quel periodo si era allargata ad altre
forze di destra, come gli eredi del gollismo francese e ai conservatori britannici).

È in questo frangente che parte La Destra di Francesco Storace e Teodoro Buontempo:
nel 2007 è il primo frammento che si stacca da An per contestare la scelta di confluire nel
Ppe e poi nel Popolo della Libertà. Il valore di una importante testimonianza umana e
politica, di dieci anni di lotte controcorrente, che oggi confluisce in questo Congresso di
fondazione.

Sull’altro versante temporale della diaspora della destra, alla fine del 2015, nasce Azione
Nazionale con l’obiettivo di ricostruire una Casa comune aperta a chi proveniva
dall’esperienza di Alleanza Nazionale e alle nuove generazioni che vogliono riappropriarsi
della nostra tradizione politica.

Ha quindi un grande valore simbolico l’incontro tra tante altre sigle che rappresentano il nostro mondo disperso e sommerso: sono l’inizio e la fine del lungo calvario che abbiamo dovuto attraversare per ricostruire una forza politica capace di incidere positivamente nella realtà storica del nostro popolo, una casa comune che è tale se costruita col contributo di tutti.

In questo contesto non possiamo dimenticarci che tra il 2007 de La Destra e il 2015 di
Azione Nazionale, c’è la nascita alla fine del 2012 di Fratelli d’Italia, che, dopo l’uscita dal
PdL alla vigilia delle ultime elezioni politiche, è l’unico partito di destra ad avere
attualmente una rappresentanza parlamentare. Il nostro progetto sulla creazione di una
Casa comune non può non confrontarsi anche con il partito di Giorgia Meloni, nonostante
tante polemiche e molti conflitti che si sarebbero potuti forse evitare, anche da parte
nostra.

Noi crediamo che la creazione di un Polo sovranista non possa fare a meno di
alcuno, che le buone energie vadano tutte coinvolte, che sia giusto lavorare insieme soprattutto per chi viene dalla medesima storia politica – gettandoci dietro le spalle ogni
risentimento e ogni divisione. Ma, di contro, non siamo disponibili a chiedere a nessuno il
permesso di esistere, non solo per dignità personale e comunitaria, ma soprattutto perché
siamo consapevoli che il leaderismo e il settarismo sono le vere cause della distruzione
del nostro mondo. Non si è in grado di governare l’Italia se prima non si riesce ad
organizzare partiti e coalizioni dove la democrazia interna, il pluralismo e i diritti di tutti gli
iscritti siano sacri e inviolabili.

Nel Msi e in Alleanza Nazionale convivevano le personalità più disparate e alternative, senza espulsioni o messe all’indice: chi voleva andarsene lo faceva per propria scelta. Era questo uno dei segreti della forza dei due partiti che storicamente hanno rappresentato la destra italiana.

Un ruolo in questo quadro può averlo la Fondazione Alleanza Nazionale.

Nell’Assemblea dell’ottobre del 2015 molti di noi hanno tentato – forse in modo non impeccabile – di mettere la Fondazione a disposizione di un progetto più ampio di ricostruzione della destra e del centrodestra. Fallito quel tentativo, oggi ci richiamiamo proprio al testo della Mozione che fu approvato in quella sede, per raggiungere due obiettivi.

Il primo è quello della disponibilità reciproca tra tutte le anime della destra, a cui è condizionato non solo l’uso del simbolo di An ma la coerenza con le finalità stesse della Fondazione.

Il secondo, la democratizzazione della governance attraverso opportune modifiche statutarie. Sono due obiettivi che non possono essere separati: non è immaginabile una Fondazione messa al servizio di progetti di discriminazione e divisione all’interno del mondo che è il legittimo erede della vicenda umana e politica di Alleanza Nazionale.

Movimento Nazionale per la Sovranità  ha  una comune base ideale, portato delle istanze tipiche della Destra italiana: il presidenzialismo, l’unità nazionale e la solidarietà sociale, l’ordine nella libertà, la giustizia ed il lavoro, la difesa dei redditi popolari e del ceto medio, la tutela della famiglia e del diritto alla vita. Ma c’è un elemento nuovo che si rafforza nelle destre di tutto il mondo: la volontà di riaffermazione della “sovranità”, effetto tanto delle storture della globalizzazione quanto, per noi del vecchio continente, della crisi del modello economicista dell’Unione Europea.

Anche in Italia da tempo si vive in una condizione di democrazia sospesa: i governi
continuano di fatto a non essere eletti dal popolo (caratteristica che accomuna i Governi
Monti, Letta, Renzi e Gentiloni), nonostante il chiaro segnale venuto dal Referendum
costituzionale del 4 dicembre.

Movimento Nazionale per la Sovranità un obiettivo ulteriore e ancora più ambizioso della costruzione della Casa comune della destra: la nascita di un
Polo sovranista che sappia raccogliere tutte le forze che, al di là dei vecchi schemi della
politica, sono pronte ad affrontare la grande battaglia per restituire all’Italia la sovranità
popolare e l’indipendenza nazionale. Oltre alla destra sommersa ci sono tanti elettori che
si sono rifugiati nell’astensionismo o nella illusoria protesta del Movimento 5 Stelle, o che
ripiegano delusi da vecchie appartenenze di sinistra, che aspettano un messaggio nuovo e
veramente coraggioso. A tutti questi italiani dobbiamo parlare con un linguaggio semplice
e responsabile di un sogno di riscatto, di rinascita, di lavoro comune, per portare l’Italia
fuori da questa interminabile crisi e da ogni destino di declino.

Movimento Nazionale per la Sovranità lancia  un appello a tutte le forze politiche, a cominciare dalla Lega, da Fratelli d’Italia e da Direzione Italia, per creare insieme il Polo sovranista in modo unitario, inclusivo e pluralista. In tutta Italia esistono movimenti, associazioni, liste civiche ed eletti negli enti locali che cercano riferimenti politici veramente alternativi alla sinistra di Matteo Renzi e Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo.

Queste aggregazioni disperse devono trovare un punto di incontro, organizzando finalmente le Primarie del centrodestra,che devono essere aperte a tutte le forze politiche che si sono schierate in modo chiaro per il No nel 2016 , includendo in questo schieramento anche Forza Italia, il Movimento IDeA e i Popolari italiani.

In tutto il mondo, dall’America di Trump alla Russia di Putin, dalla spinta conservatrice che
ha portato alla Brexit, ai molteplici movimenti che stanno nascendo in ogni nazione
europea, si fanno spazio idee che rappresentano, almeno in parte, la riscoperta di antiche
istanze della destra politica e sociale.

L’identità e la sovranità nazionale, la critica alla globalizzazione, il rifiuto dei vincoli dell’Euro e dell’Unione Europea, la lotta all’immigrazione di massa e al fondamentalismo islamico, la sovranità popolare contro la tecnocrazia e contro il pensiero unico. Queste sono le battaglie su cui si possono trovare riscontri e alleanze in ogni parte del mondo, per creare anche in Italia uno schieramento fondato sui principi della sovranità popolare e nazionale. Se questo sarà la base per un centrodestra profondamente rinnovato, oppure qualcosa di totalmente nuovo, saranno le scelte chiare e rigorose di ogni forza politica a dircelo.

Noi vogliamo andare oltre gli slogan, per sostanziare un “sovranismo responsabile” con
una cultura di governo e un programma serio e concreto. Vogliamo costruire un
movimento radicato nel territorio, caratterizzato dalla partecipazione dal basso e dalla
trasparenza organizzativa e decisionale, fondato sulla collaborazione tra le diverse
generazioni, senza verticismi di potere e senza inganni demagogici.

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